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I sindacati di polizia: “Le piazze si dotino di servizi d’ordine per tenere lontani i violenti”

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«Le forze dell’ordine gestiscono bene manifestazioni fino a un milione di persone, come è avvenuto per scioperi generali di Cgil Cisl e Uil, ma in quei casi, oltre al nostro, c’è anche il servizio d’ordine degli organizzatori che stanno ben attenti a tenere fuori i professionisti del disordine». Felice Romano, segretario nazionale del Siulp, il principale sindacato di polizia con 26 mila iscritti, parla del controllo delle piazze e degli incidenti scoppiati gli ultimi due weekend nelle città italiane, fra polemiche incrociate sulle violenze dei dimostranti da una parte e l’eccesso nell’uso della forza dall’altra.

Lo schema a cui si assiste è sempre quello: una maggioranza pacifica di manifestanti da cui si staccano gruppi che affrontano le forze dell’ordine. Come se ne esce?
«Chi organizza un corteo deve evitare che si intrufolino gruppi che provocano violenze, proprio per non offuscare le ragioni della protesta, anche perché altrimenti, il giorno dopo, si parlerà solo degli scontri. In passato, in seguito a incidenti pesanti nei cortei del movimento studentesco, facemmo un incontro con i rappresentanti degli studenti raccomandando che tenessero lontani i violenti, e la cosa servì: le manifestazioni successive furono più pacifiche perché cominciarono a escludere quelli con le felpe nere».

C’è chi accusa i reparti mobili di esagerare, che cosa ne pensa?
«Non voglio assolvere chi eccede nell’uso della forza, non giustifico né avallo nessun abuso che eventualmente possa esserci, ma nel caso del collega che tira una manganellata in più dopo dodici ore che sta lì a farsi tirare addosso oggetti e a sentirsi dire di tutto, è facile parlare di eccessi: siamo soggetti ad adrenalina e paura, siamo esseri umani, bisogna capire il contesto in cui certe cose accadono, ma poi c’è anche un altro aspetto».

Cioè?
«Si dà per scontato che se vesti un’uniforme devi prendere botte e stare zitto perché fa parte del mestiere, ma dove sta scritto? C’è una mancanza di rispetto e di riconoscimento dell’autorità di chi fa il nostro lavoro. Ma tenendo conto anche dell’ordine pubblico e di quanto avviene nelle carceri, c’è un’aggressione alle forze dell’ordine ogni tre minuti…».

Un tempo i contatti fra funzionari di polizia e organizzatori delle manifestazioni, in piazza, servivano a evitare le situazioni di tensione. Che cosa è cambiato?
«Che oggi manca un interlocutore e quando non hai qualcuno davanti a te che abbia la regia del corteo, diventa tutto molto difficile. Per assurdo, è più facile gestire Askatasuna che una manifestazione come quella del 18 ottobre a Milano, quando un’accozzaglia di delinquenti ha dato l’assalto ai negozi mentre una parte di manifestanti teneva impegnate le forze dell’ordine altrove. Ho fatto 40 anni nella Digos, se c’erano gli operai che volevano fare una cosa dimostrativa, ci mettevamo d’accordo e lasciavamo passare una decina di loro. Non succedeva niente di grave e tutti erano contenti. Adesso non c’è nessuno con cui eventualmente trattare».

C’è stato un difetto di prevenzione da parte delle forze dell’ordine in occasione dei saccheggi dei negozi?
«No. Il 18 ottobre rientrava nei canoni delle proteste dei giorni precedenti, ma quel giorno si è presentata una nuova modalità di delinquenza diffusa da parte di minorenni. Per far fronte a questa degenerazione c’è bisogno di unità rapide in borghese che intervengano per coglierli in flagranza, ma non basta: ci vogliono modelli educativi, politiche di welfare e di contrasto del degrado urbano».

A Torino, sabato scorso, piazza Castello è stata chiusa dai reparti antisommossa, impedendo ai manifestanti di uscirne in corteo: una scelta discutibile?
«I manifestanti si sono concentrati autonomamente e senza autorizzazione, dopodiché, benché sollecitati più volte, non hanno voluto comunicare il percorso del corteo all’autorità di pubblica sicurezza. A questo punto è stato chiuso l’accesso alle vie dei negozi e sono stati indirizzati verso i Giardini Reali, scegliendo il percorso meno pericoloso per negozi e passanti. Ci fosse stato un responsabile della manifestazione, si sarebbe cercato di gestire il corteo, di contrattare. Ma così non è stato».

Che rischi vede oggi?
«Che davanti ai saccheggi qualcuno si metta a dire dei “sì però”, giustificandoli: qualcosa che ho già sentito negli anni Settanta, quando poi sono nate le Brigate rosse da una parte e i Nar dall’altra. E poi vedo il rischio della militarizzazione dell’ordine pubblico, con ipotesi come l’impiego dell’esercito nelle piazze: ma i militari sono addestrati a combattere, mentre la polizia è formata per gestire l’ordine pubblico. Non dobbiamo fare la corsa a chi si arma di più, e i manifestanti devono dare il loro contributo».

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