Il blocco di Hormuz e l’arma “shale oil”

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Di fronte al blocco dello Stretto di Hormuz, il più grave choc petrolifero della storia, il prezzo del barile è cresciuto fino a sfondare i 100 dollari al barile, ma non è arrivato ai livelli di precedenti crisi, come i 147 dollari del 2008. Anche se il controllo della principale arteria energetica mondiale si è rivelata una leva formidabile nelle mani dei Pasdaran gli effetti sui mercati sono stati finora contenuti.

Questo perché, spiega l’esperto statunitense Daniel Yergin, «il mondo oggi ha riserve strategiche, oleodotti alternativi, gas liquefatto, shale oil». Gli Stati Uniti hanno pescato a man basse nella loro Strategic Petroleum Reserve, depositi scavati in caverne di sale lungo la costa del Texas e della Louisiana. Un’opera concepita dopo il trauma del 1973, capace di contenere 700 milioni di barili. Joe Biden l’aveva usata all’inizio della guerra in Ucraina ma ora siamo sotto i 350 milioni. Secondo i calcoli dell’analista Liz Thomas l’Spr rischia di arrivare ai «livelli minimi operativi» alla metà di agosto.

Gli ultimi dati dell’Eia, mostrano come gli Stati Uniti hanno consumato 90 milioni di barili di riserve, tra quelle delle compagnie private e l’Spr. Un altro indicatore, il deposito Cushing, in Oklahoma, il Fort Knox del greggio Wti, è calato a 22,4 milioni di barili, vicinissimo alla soglia critica di 20.

Questi termometri di allarme vengono ignorati per due motivi. Il primo è che si spera in un accordo fra Trump e Khamenei. Il secondo è che gli Stati Uniti, attraverso la rivoluzione dello shale oil, producono oggi 13,7 milioni di barili di greggio, sommati a 7 milioni di “altri liquidi”, come il propano, che provengono dall’estrazione del gas. In questo modo sono più che autosufficienti.

E con l’uso delle loro riserve strategiche fanno da cuscinetto a tutto il mondo. Ma secondo Qasem Al-Ali, analista saudita di mercati energetici, questo ammortizzatore sta per entrare in crisi: «Di questo passo a metà settembre le riserve mondiali saranno sotto la soglia di stress di 7,6 miliardi di barili. È un conto alla rovescia verso un’esplosione dei prezzi». Anche la manna dello shale oil ha raggiunto un plateau: ad aprile la produzione Usa di greggio è cresciuta di soli 120 mila barili rispetto a un anno fa. L’Eia prevede un picco vicino ai 14 milioni all’inizio del 2027. E poi? Bisogna solo incrociare le dita.

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