Alla base della spaccatura interna della Lega c’è il problema delle liste per le elezioni politiche del 2027, più che la testa di Salvini. Nessuno è interessato a farla cadere adesso, anche perché si aprirebbe una semicrisi, o addirittura una crisi al vertice del governo, il leader del Carroccio essendo, oltre che ministro, vicepresidente del consiglio. L’ipotesi del partito federale, nordista al Nord e sovranista nel resto del Paese, punta essenzialmente a questo: poiché la Lega, ai livelli attuali, si avvierebbe a perdere circa la metà dei parlamentari, i posti sicuri per deputati e senatori settentrionali verrebbero decisi al Nord. E la convivenza tra le due anime verrebbe assicurata dall’elezione di Zaia, il Doge veneto, alla vicesegreteria, che Salvini vuole evitare. Non a caso prende tempo, perché si rende conto che accettare questa proposta equivarrebbe a una sorta di commissariamento. Il Capitano, certo, può appellarsi allo statuto interno che si è costruito su misura, e resistere alla convocazione di un congresso straordinario in cui la sua leadership, incontrastata per tredici anni, verrebbe rimessa in discussione. È quel che gli suggeriscono i suoi fedelissimi, tutti o quasi provenienti dalla Lega nazionale. Oppure prendere tempo, sperando che in autunno Meloni gli restituisca il Viminale.
il caso
La settimana più lunga di Salvini: le due Leghe mai così vicine allo strappo
FRANCESCA DEL VECCHIO – FRANCESCO MOSCATELLI
Ma anche aspettare potrebbe rivelarsi un errore. Da adesso in poi pesa infatti sul capo di Salvini l’esito del confronto con Vannacci, l’ex-vicesegretario scissionista della Lega e fondatore di Futuro Nazionale, con sondaggi in continua crescita, ieri riunito in assemblea. Al ritmo attuale il partito, quotato al 5 per cento, a meno di un punto dalla Lega in caduta libera, si avvia ad accostarla e a superarla. Divenendo un partner indispensabile per Meloni, senza il quale il centrodestra, sempre stando ai sondaggi, correrebbe davvero il rischio di perdere. Se le cose dovessero andare così, difficilmente Salvini potrebbe ancora resistere in sella o trattare con Meloni per escludere l’allargamento, chiamiamolo così, della coalizione a Vannacci. Il generale, se negozia un’alleanza, diventa partner strategico del centrodestra. E se invece la rifiuta, per raccogliere il massimo possibile dei voti, rischia di portare l’intera coalizione composta da Meloni, Tajani e Salvini verso la sconfitta.

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