Le colonne di tir, con le loro bisarche cariche di blindati americani, che si ritirano dalle basi in Iraq verso la Giordania. E gli aerei da trasporto israeliani che Benjamin Netanyahu voleva mandare a Tabuk, in Arabia Saudita, per recuperare i civili del volo Dubaifly, in un’operazione dal sapore di Entebbe.
Un intervento militare che finisce, e uno che poteva cominciare. Gli americani sono arrivati in Iraq nel 2003, sulla scia dell’11 settembre e della guerra infinita al terrorismo. Sui cieli sauditi si stava per compiere quello che gli analisti israeliani considerano un nuovo 11 settembre, fallito solo per l’intervento di alcuni passeggeri molto coraggiosi e ben addestrati. Ma c’è un altro filo che lega i due eventi e si chiama profondità strategica. Quella che Israele vede erodere giorno dopo giorno. Prima c’è stata la ritirata dall’Afghanistan, con annessi Tagikistan e Pakistan, dove gli Stati Uniti avevano allargato la loro ragnatela di basi. Poi la chiusura degli avamposti in Siria. Lo svuotamento del quartier generale della Quinta flotta in Bahrein e la fine della missione Inherent Resolve in Kuwait. Adesso l’Iraq, il Kurdistan iracheno, uno Stato semi indipendente protetto dalle forze Usa e Nato fin dal 1992, dove il Mossad aveva piazzato la sua più grande stazione d’ascolto in Medio Oriente, a Erbil.
A questo va aggiunta la perdita della penisola davanti allo stretto di Bab el-Mandeb, e la base aerea costruita in segreto dagli emiratini, ora nelle mani degli Houthi. Gli Accordi di Abramo dovevano formalizzare la presenza israeliana e la cooperazione tra le forze di sicurezza dello Stato ebraico e della Penisola arabica. Ma il patto della Mecca tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, pur dai contorni molto vaghi, ha escluso gli israeliani. Benjamin Netanyahu ha fatto perno allora sugli Emirati, unico vero alleato di peso nel Golfo. Il vertice di domenica ha visto il faccia a faccia con il principe Mohammed bin Zayed, e l’ipotesi di un’azione congiunta, anche con i sauditi, per riprendere il controllo di Bab el-Mandeb. Come ha notato però l’analista Andreas Krieg, «i sauditi non vogliono passare dalla dipendenza da Washington a quella da un ombrello israeliano: ci possono essere convergenze tattiche, come contro gli Houthi, non strategiche». Ecco allora l’idea di Netanyahu di sbarcare a Tabuk con le forze speciali, seppure su invito. Un’operazione antiterrorismo coordinata con un futuro, possibile, alleato arabo. Un’immagine che avrebbe dato una scossa. E piantato un chiodo nella scalata per una nuova profondità strategica.
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