Vi è, nell’uso delle figure retoriche e segnatamente della metafora, un fascino antico. La metafora è, in fondo, un atto di potenza: accosta due concetti tratti da campi semantici distanti e produce un trasferimento di senso diretto, quasi violento nella sua efficacia. Ne nasce un’immagine, visiva prima ancora che concettuale, dotata di una forza persuasiva che il ragionamento discorsivo raramente possiede. Ma è proprio questa forza a renderla pericolosa quando la si fa scorrere oltre il punto in cui ancora regge il paragone. Ed è quanto, a ben vedere, sembra essere accaduto leggendo l’intervista rilasciata da Luigi Lovaglio a proposito dell’Opas lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps.
Il passaggio incriminato merita di essere riportato per intero: la squadra di Monte dei Paschi sarebbe «chiusa nello spogliatoio in attesa che il voto favorevole in assemblea apra la porta e le consenta di scendere in campo e giocare la partita».
Partita che Intesa Sanpaolo, nella costruzione retorica proposta, si rifiuterebbe persino di giocare: in caso di voto favorevole dell’assemblea, uscirebbe dal campo con l’atteggiamento «di chi non vuole che la partita si giochi davvero». Immagine suggestiva, certo, ma che rischia di non reggere alla prova dei fatti.
La replica può restare sul piano della metafora, giocando lo stesso gioco linguistico con le stesse regole figurative; oppure tornare sul piano della realtà, che è poi il piano su cui si decidono le sorti di un’operazione di mercato. Restando, per un momento, sul terreno scelto dall’interlocutore, si potrebbe obiettare che la mancanza del voto favorevole dei soci equivale, in termini calcistici, alla scelta dei proprietari di una squadra di non iscriverla al campionato. Non è dunque Intesa Sanpaolo, che in campo è già scesa e si è già schierata, a rifiutarsi di giocare; è semmai la mancata iscrizione al torneo, cioè la mancata approvazione assembleare, a impedire materialmente che la partita abbia luogo. La responsabilità si sposta così di campo, passando da chi ha presentato la propria offerta a chi, eventualmente, non consentirà che l’alternativa venga posta sul terreno di gioco.
Si potrebbe, in alternativa, costruire una diversa figura retorica, altrettanto legittima: porre sul piano dell’equivalenza la scelta di Intesa Sanpaolo con quella di chi, sul mercato dei trasferimenti, ha acquistato i giocatori migliori, costruendo una rosa superiore a quella avversaria, fino a poter concludere, con un certo compiacimento sportivo, che «non c’è partita». Anche questa resta una metafora. E il punto economico è più semplice: la superiorità competitiva, quando esiste, non costituisce di per sé un comportamento censurabile. Lo diventa solo se è costruita o esercitata in violazione delle regole.
È dunque sul rispetto delle regole, sulla struttura dell’operazione e sui suoi effetti che eventualmente deve essere condotta la discussione, non sull’obbligo – inesistente – di presentarsi sul mercato in condizioni di parità con il proprio concorrente. È quando si abbandona definitivamente la metafora e si torna alla sostanza delle cose che la vicenda rivela il suo carattere più genuino.
Non esiste, in nessun ordinamento sportivo e tanto meno in quello cavalleresco a cui pure si vorrebbe con qualche nostalgia richiamarsi, alcuna regola che imponga di giocare in condizioni di parità di forze. Ognuno gioca la propria partita con i giocatori che ha a disposizione, nei limiti in cui le regole del gioco – quelle vere, non quelle narrate – glielo consentono.

Vi è però un punto ulteriore. Perché i soci non sono semplicemente i proprietari della squadra chiamati a decidere se iscriverla o meno al campionato. Sono investitori chiamati a valutare quale delle alternative disponibili sia in grado di creare maggiore valore. La vera domanda non è se sia giusto o meno «far giocare la partita». È se mantenere aperta un’alternativa industriale possa rafforzare il potere negoziale degli azionisti, aumentare la pressione competitiva sulle offerte in campo e, in ultima analisi, produrre più valore; oppure se al contrario introduca costi, incertezza e complessità tali da ridurlo.
Questa è una questione economica. Ed è molto più interessante della metafora calcistica. In questo caso Intesa Sanpaolo ha presentato la propria formazione, dichiarato pubblicamente i propri punti di forza e formulato un’offerta secondo un disegno industriale. Mps rivendica il diritto di mantenere aperta una diversa opzione. Saranno le regole, gli azionisti e le valutazioni economiche sull’operazione a stabilire quale spazio vi sia per l’una e per l’altra. Voler vincere non è di per sé un’anomalia. Ciò che conta è come si tenta di vincere, quali regole vengono rispettate, quale valore viene creato e per chi.
Fuor di metafora, il terreno della discussione si restringe e, insieme, diventa più serio. Non importa stabilire chi sia rimasto nello spogliatoio, chi abbia già indossato la maglia o chi minacci di abbandonare il campo. Importa capire quale operazione produca valore per gli azionisti, quali conseguenze determini sul mercato e se le condizioni alle quali viene realizzata rispettino le regole della competizione. Quando gli argomenti economici e giuridici sono solidi, raramente hanno bisogno di travestirsi da partita di calcio per essere difesi.
* Docente di metodi matematici dell’economia e delle scienze attuariali e finanziarie, La Sapienza
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