L’Europa affronta un bivio esistenziale. Il tempo per le esitazioni scade e Mario Draghi traccia un monito inequivocabile per il futuro del continente. Durante la Karl Brunner Distinguished Lecture a Zurigo, l’ex presidente della Banca centrale europea smonta le illusioni su un’impalcatura comunitaria ormai obsoleta, bisognosa di riforme radicali e tempestive. “Una banca centrale che si fa carico della crescita non è un assetto duraturo, e oggi non regge più”, avverte Draghi in un intervento cruciale per le prospettive dell’Unione. L’architettura monetaria vacilla sotto il peso di dinamiche globali inedite e impone di ripensare l’intero paradigma dell’euro. A cominciare dalla crescita economica, citata da Draghi per sessanta volte nel suo intervento, e da una maggiore integrazione.
Il ragionamento di Draghi parte da lontano, ma è utile per comprendere le sfide odierne. Il fondamento del Trattato di Maastricht risiedeva in una barriera invalicabile tra politica monetaria e fiscale. Tutto reggeva a patto di mantenere il costo del debito allineato allo sviluppo economico. Durante la crisi del debito sovrano, che Draghi ha conosciuto in presa diretta, lo scarto tra oneri finanziari e Pil crebbe fino a sfiorare i 3 punti percentuali, costringendo Francoforte a intervenire per difendere la moneta unica. Gli acquisti di titoli compressero i rendimenti a lungo termine, salvando due milioni e mezzo di posti di lavoro ed evitando la morsa della deflazione. Le misure non invasero il campo fiscale, ma sterilizzarono una dinamica finanziaria disastrosa. Riducendo il rischio di frammentazione dell’euro e riportando la calma sui mercati dopo periodi di stress mai sperimentati in precedenza.
Oggi il paradigma globale capovolge lo scenario e sottrae sovranità ai singoli Stati. I tassi di interesse nell’area euro salgono per ragioni estranee al controllo continentale, vanificando i sacrifici dei Paesi virtuosi. “Oggi, anche un governo con finanze solide non può controllare appieno quanto paga per prendere a prestito”, osserva l’ex numero uno dell’Eurotower. L’aumento dei rendimenti riflette il ritorno dell’inflazione, innescata in larga misura dai rincari energetici legati al conflitto con l’Iran e alla ridotta capacità di raffinazione in Russia e in Medio Oriente. A questo si somma l’enorme massa di passività pubbliche e di emissioni private. Come viene ricordato, negli Stati Uniti il deficit sfiora il 6% del Pil e i colossi tecnologici piazzeranno quasi 800 miliardi di dollari in infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Di fronte a questa voragine di prestiti, gli investitori pretendono premi di rendimento molto più alti e l’impatto sul Vecchio Continente appare asimmetrico. “L’Europa importa l’intero aumento dei tassi ma solo una frazione della crescita”, sintetizza l’ex premier.
le sfide dell’economia
La Bce tira dritto sui tassi. Monito ai governi: debito verso il 90%, servono misure di contenimento

Il differenziale tra il costo del denaro e l’espansione del Pil strozza i bilanci comunitari. Le emissioni collocate nell’era dei tassi azzerati godono ancora di cedole miti, con un onere per i governi intorno al 2,25%, una quota inferiore al progresso nominale del 3,5%. Il nodo si stringe sui rinnovi. Ogni dodici mesi un sesto di questo stock viene rifinanziato alle condizioni odierne e la Commissione europea stima un sorpasso all’inizio del prossimo decennio, quando i tassi supereranno il Pil.
Senza uno scatto economico, fa notare Draghi, il quadro diventerà insostenibile. “Delle due forze che guidano il debito, il tasso di interesse è sempre più fissato fuori dall’Europa. La crescita è quella che l’Europa può ancora muovere”, ribadisce il banchiere centrale italiano nel suo discorso. Le riforme strutturali restano una promessa mancata da decenni. Il mercato unico dei servizi ristagna dal 1985 e l’unione dei capitali avanza con fatica estrema. La produttività segna il passo, con ritmi dimezzati rispetto agli Stati Uniti dal 1999 e bloccati a un 0,3% annuo dal 2019, contro l’1,8% di oltreoceano. Il Fondo Monetario Internazionale dipinge uno scenario cupo senza interventi decisi, prevedendo un rapporto debito su Pil al 130% entro il 2040. Come evidenziato da Draghi, i soli tagli non forniranno risposte adeguate, poiché un consolidamento sui saldi primari del 6-7% del Pil risulterebbe impossibile su vasta scala.

L’unica via d’uscita risiede nell’incremento sistemico dello sviluppo. Mezzo punto percentuale di crescita annua in più fino al 2040 colmerebbe un terzo della distanza verso la stabilità. Questo traguardo risulta alla portata grazie all’intelligenza artificiale, capace di aggiungere uno 0,4% alla produttività, e alle riforme domestiche. Senza questa spinta propulsiva, la tentazione degli Stati sarà forzare la mano alla banca centrale per farsi finanziare. Certo, si rammenta, il mandato di Francoforte vieta simili compromessi, pena la perdita di ogni credibilità. “La prima priorità è controllare l’inflazione”, avvisa l’economista italiano. I mercati saggiano senza sosta la tenuta delle istituzioni. Come sottolinea il banchiere, “se i mercati dovessero dubitare che la stabilità dei prezzi abbia la precedenza sul finanziamento pubblico, il premio per l’inflazione tornerà”, innescando una spirale rovinosa sui tassi. In tal senso, l’istituto centrale non possiede margini per soffocare la ripresa con restrizioni eccessive, e deve calibrare le proprie mosse. “La posta in gioco è alta, perché la crescita è sensibile al percorso atteso dei tassi”, ha notato Draghi. Non a caso, una morsa restrittiva prolungata deprime gli investimenti, minando il potenziale industriale di lungo periodo. Con una capacità di espansione inchiodata all’1%, ogni errore di comunicazione o di strategia monetaria si paga a caro prezzo.
Allo stesso tempo, l’innovazione tecnologica guida le sorti economiche su orizzonti lunghi ma elude i radar delle banche centrali, scaricando l’intera responsabilità sui governi. L’approccio diviso per nazioni condanna l’Unione all’irrilevanza. “La risposta abituale dell’Europa, con ogni Paese che agisce per conto proprio, non sarà sufficiente nel mondo che ora affronta”, incalza Draghi delineando l’entità della sfida. Nessuna nazione vanta le dimensioni per competere sul palcoscenico globale odierno. “Solo l’integrazione può farlo”, decreta senza concedere alcun alibi alle cancellerie. I numeri certificano il disastro delle frammentazioni e dei ritardi.
Dal 2008 al 2023 il divario di valore tra imprese quotate americane ed europee è schizzato da 3.000 a 34.000 miliardi di dollari. Completare le riforme sovranazionali aumenterebbe il ritorno sul capitale, permettendo ai privati di supportare fette maggiori di rischio e sgravando gli Stati. Gli esborsi strategici andrebbero indirizzati al livello comunitario. Per raggiungere una quota del 15% nella capacità globale legata all’AI servono 1.300 miliardi di euro entro il 2030. La frazione pubblica necessaria per mitigare il rischio, stimata in 100 miliardi, andrebbe assorbita dal bilancio dell’Unione per preservare i deboli conti nazionali.
La conclusione lega l’economia al destino politico del continente in modo indissolubile. “Più l’integrazione procede, più saldamente la crescita può restare superiore ai tassi di interesse, e meglio isolata sarà la banca centrale dalle pressioni politiche. Crescita e indipendenza si rafforzano a vicenda”, sintetizza l’ex presidente. La sopravvivenza passa dalle aule parlamentari. Se i legislatori assumeranno lo sviluppo produttivo come dogma supremo, agendo uniti, “metteranno l’Europa sulla rotta per rinnovarsi”.
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