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Il Nobel Parisi: “L’Ai può aiutarci sull’emergenza climatica, ma è necessaria una ricerca pubblica”

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Se la scienza è la coppia di fanali nella notte, poi conta chi è alla guida: i fanali, da soli, non sono sufficienti e bisogna che il guidatore li accenda. È fondamentale ricordare la loro esistenza e che sono sempre necessari».

Così, Giorgio Parisi, Premio Nobel per la Fisica 2021, riflette sull’emergenza globale che ci coinvolge. L’occasione sono i suoi tre giorni a Torino, al Politecnico, all’Accademia delle Scienze (di cui è stato nominato socio), all’Università e a quella del Piemonte Orientale: domani, nell’Auditorium, riceverà la laurea honoris causa. Al centro ci sono la fisica della complessità, i 250 anni della nascita di Amedeo Avogadro e l’impegno sulle grandi questioni, come testimonia il titolo del suo ultimo saggio, “Il nostro futuro su un piccolo pianeta bisognoso di cura”, edito da Castelvecchi.

Professore, l’emergenza climatica può essere paragonata a uno dei sistemi complessi che lei ha studiato e che le hanno valso il Nobel?

«Sì, è un’interpretazione: spesso questi sistemi complessi sono da un lato robusti e dall’altro sono fragili. Così, se si altera troppo il loro sostrato, può verificarsi una catastrofe e cessano di funzionare. In natura abbiamo visto ecosistemi che, fino a un certo punto, si autoriparano, ma poi, quando il danno diventa eccessivo, cambiano completamente: questa capacità di rigenerazione non deve quindi indurci all’inganno, perché, oltre un certo punto, i meccanismi di compensazione non funzionano più».

Lei sostiene che è importante diminuire le diseguaglianze per contrastare il cambiamento climatico: come devono agire gli scienziati?

«Quello che possono fare è cercare di dare un’immagine autentica del mondo, perché spesso lo vediamo attraverso l’occhio di sistemi e autorità che tendono a darci una visione di comodo e a volte ideologica. Penso allo slogan “Make America Great Again”. L’obiettivo è fare in modo che le persone capiscano ciò che sta davvero succedendo, senza essere alla mercè di altri».

Esistono già soluzioni e tecnologie pronte: perché non le applichiamo?

«Scienza e tecnologia ci hanno dato tantissimo. Pensiamo all’energia solare e all’eolico. Il problema è decidere di utilizzare queste soluzioni: negli Stati Uniti, invece, il presidente Trump è contrario alle rinnovabili e preferisce bruciare il carbone».

Lei contesta il ritorno al nucleare: perché?

«Lo giudico controcorrente, perché già oggi le fonti rinnovabili costano quattro volte meno del nucleare e questo divario tende ad amplificarsi sempre di più: pensiamo ai costi decrescenti delle batterie».

Come ci aiuterà l’Intelligenza Artificiale ad affrontare l’emergenza climatica?

«È possibile che l’Ai ci aiuti a migliorare le celle solari, a produrre nuove batterie e a ingegnerizzare alghe in grado di trasformare l’energia solare in combustibile. Ma c’è un pericolo».

Quale pericolo?

«Che l’Ai venga trasformata in una forma di controllo per stabilire un pensiero unico, dal quale non è più possibile discostarsi. Accadrebbe quando tutti si rivolgessero a una singola agenzia di Ai per avere notizie e informazioni. Bisogna, quindi, creare leggi antimonopolio a livello globale, così come l’Italia ha fatto in passato nel campo dell’informazione».

Lei ha proposto un Centro europeo per l’Ai: come contribuirà a contrastare il monopolio del Big Tech?

«È fondamentale che ci sia una ricerca pubblica dedicata all’Ai, sia per evitare che ce ne sia solo una privata, i cui risultati restano poco chiari, sia per sviluppare software, codici e applicazioni di tipo aperto, per tutti».

Può fare un esempio?

«Per addestrare un’Ai serve una quantità straordinaria di libri e di fonti certificate, ma questo lavoro di selezione è estremamente faticoso e complesso: sono, quindi, necessarie autorità pubbliche che applichino criteri di cui possiamo fidarci».

A che punto è il suo progetto del Centro per l’Ai?

«In Italia c’è un forte interesse da parte del governo e dei partiti e anche a livello del Parlamento Europeo, oltre che dei media. Il problema, ora, sono i passi concreti».

Con il fisico Francesco Zamponi lei si è rivolto a Claude e, insieme, avete risolto un problema matematico di fisica dei sistemi complessi, il “jamming” delle particelle: che cosa significa questo risultato per la ricerca?

«La situazione è completamente cambiata: OpenAI ha pubblicato la dimostrazione di 722 teoremi, utilizzando un modello di Ai interno e non pubblico. Questo fatto ha suscitato la protesta da parte della comunità americana dei matematici. Invece di dare ai ricercatori che stavano lavorando su questi problemi la possibilità di utilizzare i nuovi algoritmi, sono stati subito pubblicati i risultati, come in un esercizio di forza. E si apre la questione di quale sarà il futuro della matematica».

Che cosa sta accadendo?

«I matematici costruiscono la loro carriera risolvendo problemi: prima i facili e poi i difficili. Se i problemi facili li risolve l’Ai, come sarà possibile risolvere quelli difficili? Se l’Ai sta diventando sempre più brava, come faranno gli umani a scrivere programmi e come riusciranno a elaborare nuove idee? »

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