Il prof e il monsignore: anatomia di un doppio delitto

0
1

Armando Iodice, 53 anni, originario di Napoli è una di quelle persone nella vita capaci di mettere un punto a capo e rivoluzionare la propria esistenza. Cambiare città, lavoro, amicizie. Del resto, insegnare all’università non gli dava più le soddisfazioni di un tempo, senza considerare che l’amore per i restauri da un lato e la natura, gli animali, gli spazi aperti dall’altro, erano diventati sempre più un’autentica passione. Così Iodice aveva lasciato la Campania per trasferirsi nel Lazio, prima nella capitale poi a Sezze, centro di 23 mila abitanti della provincia di Latina. Aveva trovato una discreta casetta in via Melogrosso 92, un’abitazione circondata da un ampio terreno che gli permetteva di allevare i suoi animali preferiti, cani e cavalli. Si era anche organizzato con un laboratorio per restaurare mobili antichi. Armando aveva così trovato un equilibrio e una piacevole quotidianità.

Della vita precedente, aveva mantenuto solo un riferimento alla docenza, visto che da tutti era ora soprannominato simpaticamente “il professore”. Omosessuale, frequentava una compagnia di amici formata soprattutto nel periodo del suo soggiorno nella capitale. “Il professore” era sempre disponibile, gentile, divertente. Sapeva condividere con i suoi compagni serate divertenti, in semplicità, con il naturale disincanto che è quell’età si può provare un po’ per la vita. Se lui era il professore, il suo amico Francesco Mercanti era, invece, conosciuto come “il monsignore”. Mercanti, ex bancario di 61 anni, aveva ricevuto questo nomignolo per gli studi in teologia compiuti dal ragazzo. Anche il fisico robusto, gli occhi azzurri, il taglio di capelli a spazzola favorivano questo appellativo. Tra l’altro, qualche volta amava indossare gli abiti talari delle funzioni religiose. Non solo, alle dita portava spesso anelli di grosse dimensioni che rievocavano quelli di vescovi e cardinali. Entrambi erano sicuramente persone di gusto, che amano le cose belle, con un’innata passione per l’arte e l’estetica.

In quel periodo, “Il monsignore” aveva affidato all’amico Iodice il restauro di alcuni mobili antichi che erano in lavorazione nel laboratorio a Sezze. Gli arredi arrivavano direttamente dalla casa romana dell’uomo all’Esquilino, in via Nino Bixio, da poco lasciata per traslocare nel quartiere san Giovanni della capitale. Con la sua Renault rossa, “il monsignore” portava piccoli arredi, pacchi e cartoni da una casa all’altra, si faceva aiutare da un suo giovane conoscente per poi chiudersi nell’appartamento. Schivo, di poche parole, Mercanti aveva da poco perso la mamma che gli aveva lasciato un discreto patrimonio sul quale forse qualcuno iniziava ad avanzare pretese. Ogni tanto riceveva visite di giovani amici nella nuova abitazione, per poi passare il resto delle giornate da solo, senza prendere confidenza né con il custode del palazzo né con i vicini di casa.

Da tempo Iodice aveva fissato un appuntamento con l’amico per fargli visionare il restauro compiuto sui diversi pezzi consegnati e concordare insieme ulteriori interventi sui mobili ma “il monsignore” non si era presentato né aveva avvisato dell’impossibilità di raggiungere Sezze. “Il professore” non si era preoccupato più di tanto, provò a chiamare l’amico più volte per poi dedicarsi ai lavori in laboratorio. Certo, quel silenzio era strano, “il monsignore” non era persona da mancare un appuntamento, senza nemmeno avvisare. Dopo qualche tempo “il professore” decise di verificare di persona la situazione e così raggiunse la nuova abitazione dell’amico a Roma in via Rimini al civico 2. Avendo copia delle chiavi di casa, non ebbe difficoltà ad aprire la porta ed entrare.

Francesco Mercanti è riverso a terra, nel corridoio tra la cucina e la stanza da letto; il volto è rivolto al pavimento, qualcuno deve avergli legato le mani dietro la schiena, attorcigliando un sacchetto di plastica e usandolo come spago. Non è ancora chiaro se l’assassino lo ha colpito con un oggetto pesante alla testa o forse lo ha strangolato. Di fatto, la casa è a soqquadro ma solo perché invasa ancora dei tanti scatoloni del trasloco, di pile di indumenti da mettere negli armadi e libri sugli scaffali. Forse c’è stata una colluttazione, magari “il monsignore” si è difeso, anche se i segni non sono univoci.

Questo omicidio lascia attonita la comunità gay della capitale, conoscenti e amici. A iniziare da Sahid, 26 anni, marocchino, giardiniere del restauratore che nemmeno crede alla notizia. E così tanti di quei ragazzi che la vittima conosceva nei giardini della stazione Termini per incontri occasionali. Chi poteva volergli male? «Il “monsignore” va a Termini con 8 anelli d’oro – scriverà il giornalista Massimo Consoli-… I marchettari che non lo sanno ogni tanto lo riempiono di botte e glieli rubano». Diversi siti gay seguono ogni aggiornamento delle indagini sperando che presto venga identificato l’assassino, restato fino ad oggi ancora insoluto.

Piange anche Armando Iodice fino a quando all’improvviso sparisce nel nulla. All’inizio nessuno aveva notato l’assenza, né si era preoccupato più di tanto anche perché la sua auto, una Fiat Uno, non risultava parcheggiata nelle vie vicine, lasciando ipotizzare che l’uomo fosse in ferie. Dall’esterno la casa appariva in ordine. Il 16 marzo del 2002 però l’amico Marcello, un portantino che lavora nella capitale, non avendo più notizie del “professore”, presenta denuncia di scomparsa ai carabinieri. I vigili urbani fanno una verifica, la casa risulta regolarmente chiusa ma Marcello non si dà pace. Un giorno, mentre parcheggia davanti a casa nota qualcosa di particolare, in cortile, a terra. Avvicinandosi capisce che si tratta della porzione di una mano. Si scopre così che Iodice è stato ucciso con quattro colpi di accetta alla testa e al petto e sotterrato. Avvolto da alcune coperte e infilato in un sacco di plastica, è stato sepolto per occultare il cadavere ed evitare che qualcuno potesse avvertire cattivi odori. L’ostinazione di Marcello per chiarire la scomparsa dell’amico ha così permesso di arrivare a questa svolta. Altrimenti, è facile immaginare che il caso sarebbe rimasto insoluto. Anche perché, prima del ritrovamento dell’utilitaria della vittima alla stazione ferroviaria, si era ipotizzato che l’assassino potesse essere fuggito in auto.

Per settimane si incrociano gli elementi raccolti sugli omicidi di questi due amici, cercando per ciascuno autore e movente. Il giallo si sblocca solo in aprile quando Sahid il giardiniere viene arrestato a Brescia e portato nel carcere di Latina. Su di lui pesano alcune tracce e l’incrocio dei dati delle celle telefoniche. L’uomo quasi subito confessa l’omicidio del professore che aiutava nelle faccende di casa e nella cura delle piante. Il delitto sarebbe frutto di una lite per un ragazzo albanese difeso da Iodice con il quale aveva una relazione. Dalle parole la situazione è precipitata in un’aggressione, con l’accetta prima rivolta contro il marocchino e poi impugnata da quest’ultimo per uccidere. Per lui arriverà la condanna.

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it