Il regime punta ai pedaggi a Hormuz. Se Trump accetta, sarà una disfatta

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L’accordo tra Stati Uniti e Iran sarebbe quasi pronto. Forse. Ed è proprio in quel “quasi” che si nasconde tutta la fragilità di questa fase. Secondo diverse fonti, Washington e Teheran avrebbero trovato un’intesa, grazie anche alla mediazione del Pakistan: nove punti, cessate il fuoco immediato, completo e incondizionato su tutti i fronti, garanzia della libertà di navigazione nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz, impegno reciproco a non colpire infrastrutture militari, civili o economiche. Sulla carta, sembra il passaggio che tutti aspettavano. Nella realtà, siamo davanti a un accordo appeso a tre fili: il fuoco sul terreno, l’uranio arricchito iraniano e il controllo di Hormuz. Ma c’è un quarto filo, forse il più importante: la trappola politica in cui Donald Trump si è chiuso da solo. Quando nel 2018 ritirò gli Stati Uniti dal Jcpoa, l’accordo sul nucleare iraniano, Trump lo definì «il peggior accordo della storia» e promise di ottenere qualcosa di molto migliore. Quella promessa oggi è diventata una gabbia. Perché qualsiasi nuova intesa che assomigli anche solo lontanamente al vecchio accordo rischia di essere letta dai suoi critici, e da una parte della sua stessa base, come una sconfitta.

Dopo anni di massima pressione, sanzioni, escalation militare e guerra, tornare a una formula di compromesso significa ammettere che la forza non ha prodotto l’esito promesso. È qui che bisogna leggere la prudenza di Marco Rubio. Il Segretario di Stato americano riconosce «alcuni segnali positivi», ma abbassa subito le aspettative. Perché il punto non è soltanto fermare la guerra. È capire che tipo di pace si sta costruendo, con quali garanzie e con quale equilibrio di potere. I media iraniani parlano di messaggi e bozze di proposte scambiate tra le parti per arrivare a un quadro formale dell’accordo. Da Teheran filtrano segnali contrastanti: una fonte dice che i negoziatori sarebbero vicini a un’intesa, un’altra avverte che è ancora troppo presto per parlare di accordo definitivo. La Guida suprema Khamenei figlio avverte che l’uranio arricchito resterà nel Paese. È il linguaggio tipico delle fasi finali di una trattativa. Ma anche delle trattative che possono saltare all’ultimo metro.

Il Pakistan, intanto, accelera. Alti funzionari sono impegnati in un’intensa mediazione a Teheran e il generale Munir è diventato una figura centrale di questo tentativo di cucitura tra Washington e la Repubblica islamica. Ma la mediazione pakistana non cancella la sostanza del problema. Teheran vuole uscire dal conflitto senza apparire sconfitta. Vuole mantenere una leva sul dossier nucleare, evitare di consegnare tutte le scorte di uranio arricchito e trasformare Hormuz da semplice via di transito internazionale in una carta politica permanente. Washington può accettare una tregua, forse anche una formula temporanea sul nucleare, ma non può accettare che l’Iran istituzionalizzi un potere di controllo sullo stretto più sensibile dell’economia globale.

Ecco perché il nodo dei “pedaggi” è molto più importante di quanto sembri. Non è una questione tecnica. È una questione di sovranità, deterrenza e ordine internazionale. Se l’Iran riuscisse a imporre un sistema di pagamento o gestione selettiva del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, passerebbe un principio enorme: una potenza regionale, sotto pressione militare, può trasformare un choke-point globale in una dogana geopolitica. Per Washington sarebbe inaccettabile. Per i Paesi del Golfo sarebbe un precedente pericolosissimo. Per i mercati energetici una minaccia strutturale. Per Teheran, invece, sarebbe la prova di non aver perso la guerra: nonostante i bombardamenti, il blocco, la pressione americana e israeliana, l’Iran sarebbe riuscito a sedersi al tavolo con uno strumento di coercizione che non aveva mai avuto con questa forza durante gli anni della diplomazia. Allo stesso tempo, la guerra ha consumato la leva più importante degli Stati Uniti: la minaccia credibile dell’uso della forza.

Washington e Israele hanno colpito, ma non hanno ottenuto né il rovesciamento del regime né la capitolazione iraniana. L’Iran è stato danneggiato, ma non piegato. Ha subito, ma ha resistito. E ora torna al tavolo non da potenza sconfitta, ma da attore che può ancora far pagare a tutti il prezzo dell’instabilità. Non siamo davanti a una pace classica. Siamo davanti a un congelamento negoziato del conflitto. Una tregua che potrebbe fermare i missili, riaprire parzialmente le rotte, abbassare il prezzo del petrolio e dare a tutti una via d’uscita politica. Ma non necessariamente risolvere la crisi. Costruire un meccanismo capace di vincolare entrambe le parti richiederebbe tempo, competenza tecnica, memoria diplomatica.

Tutto ciò che la politica trumpiana tende a sacrificare alla logica dell’annuncio. E allora sì, un’intesa è possibile. Probabile, persino. Ma non sarà una grande pace. Sarà una pausa armata: cessate il fuoco, riapertura della navigazione, garanzie minime, rinvio dei dossier più esplosivi. La guerra può essere rimandata. Ma per Trump la pace rischia di somigliare moltissimo a una sconfitta.

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