Un tetto al numero di stranieri per classe. La presidente del Consiglio ha annunciato che la proposta fatta dal ministro dell’Istruzione al meeting di Rimini sarà oggetto di delibera nel prossimo Consiglio dei Ministri. In linea di principio sembra una proposta ragionevole, che facilita l’inclusione e gli apprendimenti, di stranieri e italiani. Ma per nulla facile da attuare e con possibili effetti negativi che andrebbero attentamente valutati. Innanzitutto, è una questione che riguarda le difficoltà linguistiche che possono trovare bambini e ragazzi da poco in Italia, o invece proprio lo status di straniero, a prescindere dal fatto che sia nato e cresciuto in Italia e conosca l’italiano come i suoi coetanei, anche se magari i suoi genitori lo parlano con difficoltà (cosa che, per altro, può riguardare, per motivi diversi anche genitori italiani)? Nel primo (auspicabile) caso, come si intende attuare praticamente questa norma, visto che le scuole primarie e quelle secondarie di primo grado, che sono quelle maggiormente coinvolte nella questione, hanno studenti che abitano nei quartieri dove sono insediate? I direttori didattici e i presidi, se non riusciranno a osservare il tetto nel contesto della loro scuola, dovranno limitarsi a rifiutare l’iscrizione, lasciando i ragazzi e le loro famiglie a sbrogliarsela da soli? I bambini e ragazzi stranieri saranno obbligati a iscriversi fuori zona in una scuola dove non siano “in eccesso”? E di converso, ci saranno bambini e ragazzi italiani che saranno costretti a frequentare una scuola in un quartiere ad alta densità di stranieri per compensarne l’eccedenza (e liberare posti nelle scuole che li devono accogliere)? Sarà previsto in sistema di trasporto gratuito per i bambini costretti a frequentare una scuola fuori zona?
il caso
Tetto agli stranieri in classe, Zuppi: “La scuola sia inclusiva, la nascita non decida il futuro”
Occorre anche valutare quanto questa mobilità forzata riduca il tempo disponibile per altre attività ed anche la possibilità di avere amicizie fuori dalla scuola, dato che non si abita vicino ai propri compagni e mancano tempo e occasioni comuni per stare con chi abita vicino. Infine, non è chiaro come si concili un eventuale obbligo di far frequentare una scuola (pubblica) diversa da quella scelta con l’enfasi che questo governo pone sulla libertà di scelta educativa dei genitori. È altamente probabile che si accentui ulteriormente il fenomeno, già presente in alcune città italiane, della cosiddetta “white flight”, della corsa alle scuole private da parte degli italiani che se lo possono permettere, lasciando l’onere del riequilibrio tra italiani e stranieri a chi in entrambi i gruppi non se lo può permettere.
Sono problemi analoghi a quelli affrontati negli anni Settanta del secolo scorso negli Stati Uniti, quando, per affrontare il problema della segregazione scolastica dipendente dalla segregazione abitativa, venne introdotto il sistema del “busing”, che spostava gli studenti in scuole fuori quartiere. Obbligatorio o opzionale a seconda dell’amministrazione locale, suscitò una forte opposizione sia tra i bianchi sia tra i neri soprattutto là dove era obbligatorio, come a Boston. Si verificarono significativi fenomeni di fuga dalle scuole pubbliche da parte dei bianchi che se lo potevano permettere, mentre i neri denunciavano che i loro bambini venivano di fatto isolati dai compagni nelle scuole in cui erano portati. E contemporaneamente erano sradicati dal loro contesto. Se e quanto ciò fosse compensato da miglioramenti sul piano degli apprendimenti è una questione ancora aperta.

Non ci sono soluzioni semplici. Forse si potrebbe incominciare con il rendere gli insegnanti di italiano come seconda lingua una presenza strutturale nelle scuole, non legata a progetti che vanno e vengono. E rendere le scuole dei quartieri ad alta densità di stranieri, che sono spesso anche frequentate dai bambini più poveri, ricche di attività, poli di innovazione pedagogica, di collaborazione con altri soggetti educativi e culturali. Vi sono alcune esperienze interessanti, anche a Torino, che meriterebbero di essere studiate.
I PROVVEDIMENTI
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