Home Business Il ritorno dei Miserabili di Hugo: “Un viaggio nel cuore dei malvagi”

Il ritorno dei Miserabili di Hugo: “Un viaggio nel cuore dei malvagi”

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«È dell’inferno dei poveri che è fatto il paradiso dei ricchi». Con questa citazione, tratta in realtà da L’uomo che ride, si apre la nuova ambiziosissima trasposizione de I miserabili presentata in anteprima mondiale al Festival di San Sebastian e che uscirà in Italia con Lucky Red. Il romanzo di Victor Hugo era stato già portato al cinema da tanti registi come Claude Lelouch, Bille August e più di recente trasformato in un musical al cinema con Hugh Jackman e Russell Crowe. Stavolta a vestire i panni di Jean Valjean, l’ex galeotto diventato borghese, che conserva due candelabri donatigli da un vescovo come ricordo della necessità di perdonare i nemici, è Vincent Lindon, che tante volte ha incarnato nel cinema francese il ruolo di eroe positivo, mentre in quello del suo avversario, il bambino fragile Javert diventato poliziotto inflessibile, c’è Tahar Rahim. La caccia del secondo al primo si svolge sullo sfondo dei moti antimonarchici nella Francia di metà Ottocento, mentre nel racconto emergono le figure tragiche, mai manichee, del codardo reduce di guerra Thénardier e della sua truce moglie (interpretati magistralmente da Benjamin Lavernhe e Camille Cottin) e della povera ragazza madre Fantine (Noemie Merlant), che sarà costretta ad affidare loro la figlioletta Cosette (Megan Northam), prima sfruttata dai genitori affidatari e poi salvata da Valjean stesso.

«La grandezza di Victor Hugo è che è universale e senza tempo», ha detto il regista Fred Cavayé nell’incontro disertato da Lindon, che già tempo fa aveva espresso il desiderio di non incontrare più i giornalisti. «D’altronde I miserabili nella prefazione dice che finché esisteranno sulla terra ignoranza e miseria, libri di questa specie non saranno inutili, e purtroppo questo risuona in modo incredibilmente vero oggi, in cui il divario tra ultraricchi e poveri si è ampliato sempre più, anche se credo abbia più a che fare con una constatazione della natura umana, meglio espressa dalla frase “homo homini lupus”: ogni epoca ha una parte di umanità che viene sfruttata e la cosa più interessante che dice Hugo è che la soluzione sta nella fratellanza e nell’amore. Può sembrare un’affermazione ingenua, ma forse il mondo ha bisogno di un po’ dell’ingenuità che ci permetta di tornare a essere meno egocentrici e ad avere una rinnovata attenzione per gli altri».

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Rispetto all’idea di come superare i numerosi adattamenti precedenti, Cavayé ha aggiunto: «Non avevo letto il romanzo a scuola, ma visto tanti film che ne sono stati tratti, e quando l’ho letto mi sono reso conto che si potevano esplorare molto più in profondità personaggi come Javert e i Thénardier». «Quando i cattivi sono così ben scritti è un piacere interpretarli», spiega Lavernhe. «Per me Thénardier non è un personaggio a sé, ma con sua moglie costituisce quasi un mostro a due teste: sono complici, anche se nella coppia esiste un sistema di oppressione. Ho lavorato sul registro del grottesco, che esce per quanto sono eccessivi: lo sono anche nel modo in cui vivono la loro miseria, e in cui hanno trasformato l’umiliazione in odio per i ricchi, che li ha fatti diventare predatori, motivo per cui quando Fantine e Cosette entrano nella loro locanda sono pronti a sfruttarle». «Personalmente di Madame Thénardier mi ha interessato la sua profonda malvagità e il fatto che Fred l’abbia resa ancora più violenta che nel romanzo, dove in realtà leggeva storie d’amore e romanzi rosa», gli fa eco Camille Cottin. «Ed è intrigante anche il modo in cui è stata rovesciata la dinamica di coppia in cui, in maniera piuttosto moderna, è lei a comandare, è lei che ha l’ambizione e spinge il marito a desiderare di più».

Il più malvagio di tutti, una figura oscura e sofferente per il doloroso passato, in questo affresco di tre ore dal linguaggio cinematografico molto classico e sfarzoso fatto di costumi, carrozze, comparse e bei paesaggi non solo parigini, è lo sbirro Javert, un personaggio che col suo desiderio di repressione e violenza, sembra incarnare certe derive fasciste di oggi: «La cosa bella per me – dice Tahar Rahim, che tutti ricordiamo nel capolavoro Un profeta – è che questo adattamento non tratta i personaggi in buoni e cattivi, per cui per me Javert non è un malvagio archetipico, spero anzi si provi empatia per lui. Mi piace immaginarlo come un bambino ferito e abbandonato dalla madre che viene accolto da un sistema in cui la culla è la legge e la sua applicazione: la sua ossessione per l’ordine e la brutalità che ne deriva è l’espressione esteriore di un caos interiore impostogli dalla vita. Per questo è come un treno che corre sicuro verso una destinazione, ma è destinato prima o poi a deragliare».

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