Se il ricorso in tribunale dell’amministrazione Trump per bloccare preventivamente la certificazione dei risultati in Alaska a causa di una possibile omonimia tra due candidati sembrava un tentativo di ingerenza nelle elezioni a danno dei Democratici, in realtà aveva un fondamento di verità. E sarebbe stata voluta.
A quanto pare, la campagna elettorale democratica si sarebbe attivata per cercare veramente un candidato quasi omonimo a quello repubblicano, con l’obiettivo di confondere gli elettori in una contesa che potrebbe determinare quale dei due partiti otterrà il controllo della Camera alta di Washington.
La storia è complessa, ma partiamo dai candidati e dal ricorso: per il lato Dem c’è Mary Peltola; per i Repubblicani abbiamo il senatore in carica Dan S. Sullivan e un certo Gerald Heikes e poi, da praticamente indipendente, abbiamo un candidato che si chiama Dan S. Sullivan, un insegnante in pensione di un minuscolo villaggio di pescatori lungo l’Alaska Panhandle, raggiungibile solo via aerea e via mare.
Nonostante le proteste dei Repubblicani, a giugno la Corte Suprema dell’Alaska aveva stabilito che Daniel J. Sullivan Jr. avesse i requisiti legali per rimanere sulla scheda elettorale.
Ad ogni modo, la settimana scorsa, il Dipartimento di Giustizia aveva chiesto preventivamente a un giudice federale di bloccare la certificazione dei risultati in Alaska, in caso di sconfitta del senatore repubblicano in carica, poiché la confusione causata dalla presenza di un altro Sullivan – secondo il governo – avrebbe potuto compromettere l’esito del voto, dato che i due nomi sono troppo simili.
Capovolgimento di prospettiva
Il ricorso è sembrato fin da subito molto inusuale e, soprattutto, un gesto d’ingerenza senza precedenti. Eppure le recenti rivelazioni del New York Times mettono tutto in una prospettiva diversa.
Secondo la testata – che è entrata in possesso di messaggi scambiati tra membri dello staff della candidata democratica Mary Peltola – il team discuteva di reclutare persone con lo stesso nome del senatore repubblicano, in carica da due mandati. Il gruppo, inoltre, si è adoperato per spingere altri potenziali candidati di disturbo a scendere in campo, al fine di frammentare il consenso del candidato in carica e favorire la vittoria del democratico.
La scelta, alla fine, sarebbe ricaduta su Dan J. Sullivan, che ha superato le primarie aperte a livello statale ad agosto e sarà sulla scheda elettorale il prossimo 3 novembre.
Dan J. Sullivan ha sempre negato di essersi candidato su input dei Democratici, affermando di non aver avuto alcun contatto con lo staff di Mary Peltola: «Zero, nulla, proprio niente», aveva dichiarato a giugno, dopo aver annunciato la sua candidatura, sostenendo di correre per le proprie convinzioni, per la delusione nei confronti dell’operato del senatore in carica e per il desiderio di «mettere l’Alaska al primo posto».
«Gli abitanti dell’Alaska meritano la verità», ha dichiarato Nate Adams, portavoce della campagna elettorale del senatore Sullivan. «Mary Peltola, il suo comitato elettorale e i suoi principali consiglieri hanno cospirato con avvocati democratici a livello nazionale e con esponenti del Partito Democratico in Alaska per reclutare candidati con l’obiettivo deliberato di confondere e ingannare gli elettori».
Sia da parte del team della campagna di Peltola sia da parte dell’altro Sullivan non ci sono ancora reazioni, ma i Democratici, compreso il Democratic Senatorial Campaign Committee, hanno ripetutamente negato di essere stati coinvolti in qualsiasi stratagemma elettorale.
Secondo gli esperti legali, la notizia del presunto reclutamento di Dan J. Sullivan da parte dei Democratici – una mossa che potrebbe confondere gli elettori – non avrà alcun impatto sulla causa intentata di recente dal Dipartimento di Giustizia.
Le tattiche di manipolazione del voto – è giusto sottolinearlo – sono comuni in politica e generalmente considerate legali; in Alaska sono state utilizzate da entrambi i partiti. Ciononostante, questa operazione – di cui non si era mai parlato in precedenza – rivela fino a che punto i Democratici si siano spinti per ottenere un vantaggio in una contesa così cruciale. Allo stesso tempo, per quanto legale, il gesto potrebbe essere percepito come un trucco elettorale scorretto, specie dagli elettori più indecisi.
È importante anche segnalare che l‘articolo del New York Times si basa in parte su interviste a Elisa Rios, ex responsabile della campagna elettorale di Peltola, licenziata ad agosto nell’ambito di una riorganizzazione della campagna. Peltola non è stata direttamente coinvolta nel progetto, ha affermato Rios, ma ne era «decisamente a conoscenza».
Nel frattempo, il quotidiano ha riferito che la scorsa settimana Rios ha tentato di ritrattare le proprie dichiarazioni; ma il Times è andato avanti, sostenendo di non aver mai concordato la non pubblicazione delle interviste e che le parole di Rios risultavano coerenti con altri elementi e con le testimonianze di altre persone emersi dal loro lavoro giornalistico.
Secondo gli esperti, sarebbe importante corroborare le affermazioni di Rios anche sotto giuramento davanti a un tribunale. Eppure, il tempo stringe.
In Alaska, più di 50.000 schede elettorali sono già state espresse tramite voto anticipato.
In questo nuovo caso politico, quasi sicuramente saranno gli elettori ad avere l’ultima parola, esprimendo le proprie preferenze e valutando le azioni dei due partiti, anziché un tribunale.
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