ROMA. In nome e memoria del Cavaliere. Molte delle riforme nella giustizia che oggi vengono riproposte da Forza Italia sono state battaglie di Silvio Berlusconi. A cominciare dalla più importante, quella che gli era stata intitolata e però è divenuta la più cocente delle sconfitte, ossia la separazione delle carriere dei magistrati. Riforma di rango costituzionale, bocciata al referendum.
Ma non c’è solo questa. Tant’è che anche due giorni fa Marina Berlusconi, nel commentare l’archiviazione definitiva dell’ultima inchiesta che riguardava il padre, ha spronato la maggioranza: «Vorrei – ha detto – che la politica non accantonasse il tema: i nodi da sciogliere sono tanti, a partire dall’assenza di una vera responsabilità civile dei magistrati. Quella della giustizia resta un’emergenza».
In effetti è proprio dalla responsabilità civile dei giudici che Forza Italia vorrebbe ripartire. Non che gli altri partner della coalizione siano insensibili. Matteo Salvini è stato tranciante: «Va fatta entro la fine della legislatura».
Il capogruppo dei forzisti alla Camera, Enrico Costa, nei giorni scorsi aveva risollevato la questione. «La montagna partorisce topolini. Ho verificato. Ci sono stati 15 riconoscimenti economici in 15 anni». Epperò l’ha stoppato bruscamente il ministro Carlo Nordio perché c’è un problema di tempi stretti di qui alla fine della legislatura, ma anche di approccio: il ministro non condivide la linea della sanzione pecuniaria. Oltretutto, ha spiegato, «tutti i magistrati hanno fatto l’assicurazione…». Piuttosto Nordio immagina di colpire chi sbaglia nella progressione di carriera.
Ci sarebbe poi una altra riforma di puro stampo berlusconiano: i tempi della giustizia. Di nuovo è ciò che Marina Berlusconi ha rilanciato due giorni fa, pur parlando di un’inchiesta e non di un processo mai partito: «Tutto questo accanirsi su una tesi insensata – cioè che le stragi mafiose del 1993-94 avrebbero avvantaggiato la nascente Forza Italia – ha alimentato trent’anni di sospetti, insinuazioni e campagne di delegittimazione».
VERTICE AL MINISTERO
Giustizia: Fi punta su prescrizione e sequestri degli smartphone, Fdi sul legittimo impedimento

Parlare dei tempi della giustizia, per gli addetti ai lavori significa ritoccare i termini della prescrizione: quando un reato dev’essere considerato estinto? Il governo Berlusconi nel 2005 fece una sua riforma draconiana, la cosiddetta Cirielli, che restrinse moltissimo i tempi. Poi le cose sono cambiate più volte. Semplificando al massimo nel 2021, ai tempi del governo Draghi, quando ministro Guardasigilli era Marta Cartabia, la prescrizione è stata modificata un’ultima volta come parte integrante delle riforme concordate con Bruxelles per il Pnrr: tempi chiari per arrivare alla sentenza di primo grado (si calcolano in base alla pena massima, con un limite minimo di 6 anni per i delitti e 4 anni per le contravvenzioni), per celebrare l’appello (al massimo entro 2 anni), per il terzo grado in Cassazione (massimo 1 anno).
Sul tema la maggioranza di centrodestra avrebbe deliberato di nuovo, con un’ennesima legge, che però si è fermata a metà strada: approvata dalla Camera nel gennaio 2024, s’è impantanata al Senato perché nel frattempo la maggioranza ha puntato tutte le sue carte sulla separazione delle carriere. Forza Italia ora sta provando a spingere affinché riprenda il suo iter, ma il calendario è tiranno e quasi sicuramente il Parlamento non potrà farcela.
Ci sarebbe poi un’altra riforma di stampo berlusconian-garantista, cara al centrodestra ma ferma alla Camera pur dopo l’approvazione al Senato: i limiti nei sequestri e nell’utilizzo degli smartphone. Anche questa ormai su un binario quasi morto, dato che sul Parlamento incombe la sessione di bilancio.

C’è infine un’altra riforma berlusconiana molto enunciata, ma mai davvero tentata. Quella delle intercettazioni. Quante volte in questi anni il ministro Nordio ha tuonato per i costi, da lui considerati eccessivi? Sempre Costa, qualche tempo fa metteva in fila i numeri: “La spesa per intercettazioni esplode. Dal 2021 al 2025 è aumentata del 58,13%. Da 203 milioni di euro del 2021 a 321 milioni del 2025”.
Ebbene, nel 2008 il Cavaliere e il suo ministro Angelino Alfano tentarono una riforma, molto combattuta, che decadde con la legislatura quando nel 2011 finì l’avventura di quel governo tra guerra in Libia, risatine di Merkel e Sarkozy, rischio di default.
In verità nell’agosto 2023 una mini-riforma delle intercettazioni è stata approvata e all’applicazione pratica sembra avere creato un sacco di danni. È quanto ha spiegato il procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, in una lettera al governo. Attualmente i colloqui registrati nell’ambito di un’indagine, non possono essere utilizzati per altre inchieste «salvo che risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza». In precedenza l’estensione era possibile per tutti reati su cui sono consentite le intercettazioni.
L’effetto degli ultimi 3 anni sarebbe deleterio perché restano fuori dall’utilizzo di intercettazioni raccolte in procedimenti diversi i reati dei “colletti bianchi” che collaborano con le organizzazioni criminali. In pratica le forze di polizia ascoltano parole incriminanti, ma poi non possono utilizzarle come prove. Ne è seguito un certo dibattito. Il ministro della Giustizia ha assicurato che non ci sarà nessuna marcia indietro.
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