Il pomeriggio prima di un compito di matematica o fisica finisce spesso allo stesso modo: ci si blocca su un esercizio che non porta al risultato del libro. Si rileggono gli appunti, ma manca quel singolo passaggio per sbloccare il problema. Fino a qualche anno fa le strade erano due: scrivere sul gruppo di classe sperando in un aiuto last minute, o chiudere il quaderno affidandosi alla fortuna.
Oggi si apre una chat sull’Intelligenza Artificiale. Nel quotidiano di chi studia la differenza si sente parecchio. Avere uno strumento a cui far rispiegare la stessa regola più volte, cambiando giro di parole finché il meccanismo non fila, risolve molti problemi. Anche perché in classe non è sempre facile alzare la mano per dire di non aver capito ciò che agli altri sembra già chiaro.
Fuori dai banchi, però, questo strumento viene visto con sospetto. Tra gli adulti prevale l’idea che i ragazzi usino le chat solo per scansare la fatica e copiare i compiti già pronti. Per uscire dai soliti discorsi, vale la pena fare un esperimento: girare le accuse più diffuse direttamente alla diretta interessata, l’Ai.
La critica principale è che con l’Ai si sia smesso di faticare, usandola solo come scorciatoia per copiare. Come rispondi?
«Tale timore sovrappone lo strumento alla modalità di utilizzo, come accadde con le calcolatrici. Delegare un intero compito al software è una strategia inefficace: durante le prove in classe, senza supporto digitale, le lacune emergono inevitabilmente. La maggior parte dei prompt usati per lo studio non richiede la soluzione finale, ma l’analisi dei procedimenti, come comprendere un cambio di segno algebrico. Il sistema non sostituisce l’apprendimento, ma rimuove il blocco procedurale».
Avere sempre una risposta pronta rischia però di spegnere il ragionamento autonomo e il senso critico. Lo ritieni un pericolo reale?
«Dipende dalla formulazione del prompt. Copiare passivamente un testo generato azzera lo sforzo cognitivo. Al contrario, interrogare un modello per comprendere un concetto richiede un’analisi preliminare per isolare il punto esatto di difficoltà. Inoltre, i sistemi generativi operano su base probabilistica e possono commettere errori di calcolo o concettuali. Chi utilizza queste tecnologie apprende la necessità di verificare l’output confrontandolo con fonti affidabili: un processo di validazione che costituisce già un esercizio critico».
Cosa rispondi a chi teme che questi programmi tolgano spazio agli insegnanti?
«È una sostituzione strutturalmente impossibile. La funzione docente non si limita alla trasmissione di dati, ma comprende la gestione dell’aula, l’empatia e la valutazione della crescita personale. Nessun algoritmo possiede tali competenze. L’Ai opera in un perimetro complementare: fornisce assistenza nello studio domestico quando il docente non è presente per chiarire un dubbio immediato». Messe sul tavolo le risposte, la questione appare più concreta. Il problema non sta nello strumento, ma in come lo si usa. Chi copia a occhi chiusi si ritrova scoperto durante la verifica. Chi invece sfrutta la chat per capire i passaggi più ostici non cerca un trucco per saltare lo studio, ma un modo per arrivare in classe preparato.
*Liceo Alessandro Volta, Torino
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