«Ovvio che voterò, ma non dirò per chi. Stavolta gli arabi israeliani come me andranno in massa alle urne, la situazione è tesissima e se il Paese non cambierà direzione tra quattro o cinque anni ci faremo la guerra gli uni contro gli altri». Sebbene sia volutamente uscito da riflettori dopo una lunga esposizione e una ancor più lunga e complicata convalescenza, il dottor Tarek Abu Arar è stato uno dei volti del 7 ottobre. Medico all’ospedale di Askelon era sul fronte del sabato più nero d’Israele, è stato colpito al petto dall’uomo in terra che, come volontario, voleva soccorre e preso in ostaggio per diverse ore dagli uomini di Hamas prima di riuscire a fuggire con l’arrivo dell’esercito. C’è voluto un anno e mezzo di terapia in un centro specializzato del Negev, la regione in cui vive tra Dimona e Beersheva, per recuperare completamente.
Sono guarite anche le ferite psicologiche?
«Non li perdonerò mai, né io nella mia famiglia, quel giorno è nella mia testa. Mi sento ancora insicuro, arrabbiato, emotivamente scosso, sono guarito fisicamente e dopo la dimissione ho trascorso un periodo di riposo in Italia ma in qualche modo non sto ancora bene, non so se starò più davvero bene».
Voterà per il rinnovo della Knesset?
«Certo, ma il voto e segreto. Stavolta tantissimi Palestinesi d’Israele come me parteciperanno, non ci sarà l’astensionismo del passato. Il Paese è molto diviso e non so come finirà ma se non cambiamo adesso, se non capiamo che è urgente e necessario, tra quattro o cinque anni saremo in guerra tra di noi».
La pace è un’utopia irraggiungibile per Israele?
«Quello che è successo il 7 ottobre non si può perdonare eppure si deve andare avanti. Credo ancora nella pace, dipenderà però da chi governerà la Knesset, se vince ancora la destra sarà difficile, in Israele c’è anche tanta discriminazione, ci sono aggressioni costanti, è difficile vivere qui per un arabo israeliano ma è il mio Paese».
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