Leah, 19 anni, serve nell’esercito da tre mesi: addestra i giovani militari all’uso delle armi. Il 27 ottobre voterà per la prima volta e a La Stampa dice che proprio aver visto l’esercito dall’interno ha reso più netta la sua scelta per il partito Yashar, di Gadi Eisenkot, l’ex capo di Stato maggiore che ha perso un figlio soldato a Gaza. «Se chi sta in cima alla catena di comando non agisce nell’interesse giusto – spiega – la guerra diventa solo un gioco in cui si muore». Ieri Benjamin Netanyahu ha annunciato davanti ai nuovi ufficiali di Tsahal di aver ordinato a esercito e Mossad di puntare al rovesciamento del regime iraniano. «La guerra si fa quando serve, non per restare al governo», è il giudizio di Leah sulle posizioni del primo ministro israeliano.
LA STRAGE
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Tra sei giorni, circa 640 mila israeliani potranno votare per la prima volta, secondo l’Israel Democracy Institute, e alta è la voglia di partecipazione: l’86% dice che andrà certamente o probabilmente alle urne. Da una ricerca dell’istituto demoscopico Midgam, il 74% dei nuovi elettori ebrei si riconosce nella destra o nel centrodestra, già da prima del massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 (erano il 73%). La guerra, secondo il Jewish People Policy Institute, ha spinto ancora più a destra una parte di chi si riconosceva nel centro. L’esito del voto resta tutt’altro che prevedibile: gli ultimi sondaggi restituiscono scenari opposti, con Canale14 che assegna al blocco di Netanyahu 62 seggi, uno più della maggioranza assoluta, mentre Canale16 lo lascia ampiamente sotto quella soglia.
L’intervista
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Levi è un religioso di Gerusalemme, cresciuto vicino agli insediamenti. Prima del 7 ottobre avrebbe considerato di votare per Naftali Bennett, oggi oscilla fra gli estremisti Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich di cui approva le idee ma critica il linguaggio: «Condivido i principi ma dovrebbero imparare a esprimersi con meno violenza verbale». A pochi giorni dal voto è «soprattutto nervoso»: teme tanto un governo di sinistra quanto un altro guidato da Bibi, forse «il miglior premier» d’Israele ma «il suo tempo è finito». Shani, ballerina di Modiin, non sa ancora per chi votare ma almeno ha escluso chiunque sia al governo oggi e qualsiasi estremista, anche perché teme di veder venir meno i suoi diritti come donna. In sintesi: «Voglio qualcuno di ragionevole». La sicurezza per lei è al primo posto ma «non deve essere in alternativa alla speranza». Yuval, appena uscito dal liceo e prossimo alla leva, voterà i Democratici: «Preferisco la diplomazia ma se una guerra scoppia, dobbiamo combatterla».

Lior Schleien, autore della satira politica israeliana, mesi fa è uscito dagli studi tv per incontrare i ragazzi in tutto Israele. Il suo progetto si chiama “Free Israel”: «Mi sono bastati due o tre incontri – racconta – per capire che questi giovani non hanno colpe, nemmeno quelli che esprimono le idee più estreme, assurde o dannose: avevano fra i 14 e i 18 anni quando l’attuale governo si è insediato», poi sono arrivati il 7 ottobre, la guerra, i razzi, le sirene e i rifugi. Molta radicalizzazione, continua, si deve alla paura e all’influenza di Ben Gvir e Smotrich: «È tutto quello che hanno conosciuto» nella loro adolescenza politica. Ma a preoccuparlo sono anche i giovani liberali che vogliono andarsene: «Già alla loro età, non vedono un futuro in Israele e parlano di lasciare il Paese».
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