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Israele revoca il visto alla giornalista di Radio Popolare Martina Stefanoni: “Nessuna spiegazione”

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«Dopo quello che è capitato a me e ad altri colleghi, il dubbio sulla politica “zero testimoni” di Israele c’è». Martina Stefanoni, giornalista di Radio Popolare, originaria di Lecco, classe ‘94, ci tiene a ribadire che non ha strumenti a sufficienza per dire con certezza che la revoca del visto da parte di Israele – chiesto per seguire le elezioni del prossimo 27 ottobre – sia causata dalle sue posizioni e da quelle della sua radio. Non vuole escludere nulla, neppure l’errore tecnico. Ma fino a questo punto non ha ricevuto nessuna spiegazione. E «una non risposta è già una risposta».

Partiamo dall’inizio. Che cosa è successo?
«Avevo fatto richiesta dell’ETA, l’autorizzazione elettronica necessaria per entrare in Israele, e mi era stata approvata l’8 ottobre. Nel frattempo avevo chiesto anche l’accreditamento stampa del GPO, l’ufficio stampa del governo israeliano, e anche in quel caso mi avevano risposto positivamente, dicendomi che avrei potuto ritirarlo a Gerusalemme. Poi, martedì 13 ottobre, mi è arrivata un’email in cui mi veniva comunicato che «le circostanze del suo caso sono cambiate» e che il visto, precedentemente approvato, era stato revocato. Nessun’altra spiegazione».

Hai provato a contattare le autorità israeliane?
«Sì, con la radio abbiamo chiamato l’ambasciata israeliana a Roma per avere delucidazioni. Non hanno saputo darci una spiegazione, se non precisare che l’ordine di revoca non proveniva dal ministero degli Esteri. Ma non sappiamo da quale autorità sia arrivato, né per quale motivo. Al momento, quindi, non abbiamo elementi per capire che cosa sia successo».

Ti sei fatta un’idea delle possibili ragioni?
«Non voglio trarre conclusioni senza avere risposte ufficiali. Immagino che se si fosse trattato di una questione tecnica mi avrebbero avvisata, anche se non posso escludere nulla. Certo, mi sono chiesta se possa esserci un collegamento con il mio lavoro. Radio Popolare è una radio indipendente, di sinistra, che si occupa da sempre di Palestina. Io seguo principalmente la questione israelo-palestinese, sono stata in Cisgiordania l’anno scorso e ho scritto un libro sull’argomento. E non sono certo morbida nei confronti del governo israeliano, questo è evidente. Un’altra ipotesi è che si stiano stringendo i controlli in vista delle elezioni. Magari si è ritenuto che una radio più piccola potesse rappresentare un problema, ma sono soltanto supposizioni. Chiaramente, il dubbio che si tratti di censura c’è».

Ci sono altri colleghi nella tua stessa situazione?
«Sì, so di non essere l’unica. In questi giorni sono emersi altri casi di giornalisti che hanno avuto problemi con l’ingresso in Israele. Penso, per esempio, a Serena Bilanceri e corrispondente per il quotidiano tedesco Die Tageszeitung a cui il visto è stato negato e al collega di Channel 4 Secunder Kermani, che è arrivato all’aeroporto di Tel Aviv, è stato interrogato per ore e ha ricevuto un foglio di via, prima che la sua emittente riuscisse a intervenire. Questo fa pensare a una situazione in cui le decisioni possono essere molto arbitrarie. Io, sinceramente, sono rimasta sorpresa: ero tranquilla e non mi aspettavo che potesse succedere una cosa del genere».

Se venisse confermato che la revoca è legata al tuo lavoro, che segnale sarebbe alla vigilia delle elezioni israeliane?
«Molto grave e anche triste. Il fatto che da tre anni i giornalisti stranieri non possano entrare liberamente a Gaza ci dice già qualcosa. Se ora si impedisse anche ad alcuni giornalisti di entrare in Israele per raccontare le elezioni, magari perché considerati meno vicini al governo, sarebbe molto preoccupante. Le elezioni sono uno degli strumenti fondamentali della democrazia. Impedire ai giornalisti di seguire il dibattito pubblico e di incontrare le persone significa ostacolare il diritto di raccontare quello che succede. C’è poi un altro aspetto importante».

Cioè?
«La società israeliana è molto più sfaccettata del suo governo. Ci sono tante persone che non sono d’accordo con le politiche dell’esecutivo e con quello che sta facendo. Impedire ai giornalisti di entrare e parlare con loro finisce per alimentare l’idea che la società israeliana coincida con il suo governo. È un autogol».

Questo episodio si inserisce in un contesto più ampio di ostacoli al lavoro di giornalisti e organizzazioni internazionali.
«È una preoccupazione che condivido. Andare in Cisgiordania sta diventando sempre più complicato, non soltanto per i giornalisti ma anche per gli operatori delle ong e attivisti, compresi quelli che svolgono attività di interposizione nei confronti dei coloni. E poi ci sono i giornalisti palestinesi, che vengono uccisi o incarcerati. Mettendo insieme tutti questi elementi, viene inevitabilmente il dubbio che Israele voglia portare avanti una politica “zero i testimoni” riducendo la presenza di osservatori indipendenti. È una questione che va oltre il mio caso personale».

Israele viene spesso definito «l’unica democrazia del Medio Oriente». Cosa pensi?
«Mi viene da dire: bella democrazia. In una democrazia una cosa del genere non dovrebbe esistere. Naturalmente, lo ripeto, non conosco ancora la ragione ufficiale della revoca. Ma se il motivo fosse legato al mio lavoro o alle mie posizioni giornalistiche, allora di democratico resterebbe ben poco».

Come ti muoverai adesso? Proverai a ottenere nuovamente il visto?
«Per prima cosa ho bisogno di sapere perché mi è stato revocato. Senza una motivazione non posso neanche capire come muovermi o se esista la possibilità di presentare un ricorso. Abbiamo deciso di rendere pubblica la vicenda perché ci sembrava importante segnalare che sta succedendo qualcosa di cui i giornalisti devono essere consapevoli».

Ti aspetti che le autorità israeliane ti rispondano?
«Me lo auguro. Ma mi hanno detto in tanti che probabilmente non riceverò mai una spiegazione. È una possibilità che ho messo in conto. E, sinceramente, per me una mancata risposta è già una risposta. Io aspetto. Se arriveranno chiarimenti e la motivazione sarà diversa da quella che possiamo immaginare, ne sarò contenta».

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