Bassa crescita economica e alto debito pubblico sono una fotografia sociale e demografica, prima ancora che economica. Descrivono una maggiore attenzione all’esistente che al potenziale, uno sguardo rivolto indietro anziché avanti. La spesa pubblica riflette le esigenze e le pretese della popolazione: dalla sua composizione si comprende che riguardano soprattutto il mantenimento di ciò che c’è, con scarso interesse per i giovani. D’altra parte, le famiglie con componenti più anziane sono anche quelle da cui la fascia più giovane si attende un rilevante trasferimento di ricchezza, il che rende ancora più complicato prendere sul serio la questione intergenerazionale. Vi sono, in sintesi, molte ragioni demografiche e sociali che spiegano questo sguardo retrospettivo, ancora adagiato, sotto molti profili, sull’Italia che fu dei boomer. Ciò non giustifica, tuttavia, il sostanziale disinteresse per il domani.

Come ha osservato il governatore della Banca d’Italia ieri, la capacità di offrire opportunità e futuro ai giovani è una questione di efficienza, ma anche di giustizia. Ottanta anni fa, in questi giorni, iniziava l’avventura costituente. E ogni paese che abbia una Costituzione, a pensarci bene, riconosce per definizione il valore dell’equità intergenerazionale. L’impegno a non sciupare il patrimonio di diritti, di libertà e anche di benessere è parte integrante della tenuta, nel tempo, del patto costituzionale, che è una delle immagini con cui si descrivono le Costituzioni.
Ma un sistema poco produttivo quale è il nostro alimenta, come ha detto Panetta, un circolo vizioso, perché genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato e riduce gli incentivi a investire in istruzione, che sono a sua volta causa di riduzione delle competenze disponibili. Non solo perché quelle che si formano tendono ad andarsene, ma anche perché buona parte non si formano affatto.
Il discorso
Il monito di Panetta: “Pagamenti globali frammentati, rischio per la stabilità finanziaria”

Nel dibattito politico, le notissime questioni di bassa produttività, scarsa crescita e livello dei salari vengono affrontate sul lato delle politiche fiscali, delle regole del mercato del lavoro, dei sussidi e delle pseudo-semplificazioni. Difficilmente la politica vuole riconoscere che uno dei problemi è anticipato rispetto al momento produttivo e risale indietro al momento dell’istruzione e della formazione. Eppure è lì che le risorse individuali fioriscono, i semi del sapere germogliano, il metodo dell’impegno si acquisisce, lo spirito critico si affina. È lì che le differenze socio-economiche possono ridursi, le pari condizioni di partenza avverarsi, le opportunità di apprendimento diventare una leva concreta di mobilità sociale e di avviamento verso il futuro.
Il nostro sistema di istruzione regge, certo, ma è un sistema che sta perdendo l’occasione nemmeno di guardare avanti, ma di guardarsi intorno, di cogliere la sfida di insegnare attraverso le nuove tecnologie, di fare il miglior uso dell’intelligenza artificiale, di approfittare del buono che porta imparando e insegnando insieme a superarne i rischi. Il massimo della discussione politica riguarda l’eliminazione de I promessi sposi dai programmi ministeriali, mentre dovrebbe riguardare la condizione degli insegnanti, il riconoscimento del loro ruolo, la libertà loro e delle dirigenze scolastiche di adeguare metodi e contenuti a un mondo che cambia molto più in fretta di quanto possa cambiare una incomprensibile programmazione centralizzata. Il sistema universitario, dal canto suo, è costretto spesso a guardarsi l’ombelico, sommerso di cicli di autovalutazioni e riesami, mentre la realtà fuori corre e chiede un’università dinamica, variegata, capace di superare la percezione delle nuove tecnologie come mera didattica a distanza. Soprattutto, capace di costruire relazioni internazionali col mondo accademico e produttivo e, al tempo stesso, di dedicarsi alle ricadute nel territorio della sua attività.
Istruzione, formazione, didattica restano fuori dai radar del discorso politico, quando si parla di progresso economico, civile e giustizia sociale. Per questo è ancor più apprezzabile che siano state richiamate dal governatore della Banca d’Italia nelle sue considerazioni conclusive. È probabile che non entreranno seriamente in nessuno dei prossimi programmi elettorali, ma è già qualcosa se cominceranno a entrare nel dibattito pubblico.
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