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Julianne Moore: “L’importanza di essere viste”

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L’ultima trasformazione di Julianne Moore parla di una donna schiva, modesta, trasparente, che sul palco di un musical senza pretese, trova la strada per realizzare se stessa: «Mi piace – spiega l’attrice, premiata alla Festa del cinema con il Lifetime Achievement Award –, interpretare persone comuni alla ricerca di qualcosa cui dare importanza nella propria vita». Nel nuovo film di Jesse Eisemberg The Debut, ieri in cartellone alla rassegna, Moore, premio Oscar per Still Alice, è Mona Friedman, casalinga del New Jersey trascurata da marito e figli, timida, goffa, ma anche capace di sprigionare, grazie alle provocazioni di Jerry (Paul Giamatti), regista esigente ma in fondo malinconico, una potenza inattesa, che lei per prima non avrebbe mai immaginato di possedere: «Mona si sente invisibile, finché nel mondo del teatro scopre di avere un valore, per sé, ma anche per gli altri».

Che cosa l’ha attratta di questo racconto?
«È una commedia, ma ha un significato importante. Al centro c’è una persona che trova un luogo dove si sente valutata, una comunità che la accoglie e che le permette di recuperare il senso di scopo che aveva perso. Per me come attrice è una gioia interpretare una vicenda così personale».

Il regista Eisemberg, che ha anche scritto e interpretato il film, dice di essere partito dalla sua esperienza quando negli Anni ’90 recitava in una compagnia amatoriale. Cosa ha trovato di sé in questo percorso?
«Trovo sia meraviglioso avere la possibilità di entrare nell’esperienza di qualcun altro e di assistere all’evoluzione di qualcuno che, a prescindere dall’età, dal genere, o dalla cultura, riesce a rivoluzionare la propria esistenza. Credo sia un tema che riguarda tutti noi. E poi la sceneggiatura è una delle migliori che abbia letto in tutta la carriera, mi ha letteralmente tolto il fiato».

Per Mona l’interpretazione nel musical Nosy Neighbors diventa ossessione. È il rischio che si corre quando si ama molto il proprio lavoro. Lei lo ha mai corso?
«Sì, di sicuro, e penso anche “perché no?”. Ovviamente se questo tipo di ossessione si sovrappone a cose più importanti, allora può diventare anche distruttiva, però penso sia stupendo avere un senso, un obiettivo, qualcosa per cui la mattina si ha voglia di uscire di casa. Mi piace caricare le cose di significato, recitare mi emoziona sempre, è un tale privilegio trovare qualcosa che ti sta davvero a cuore».

Cosa significa per lei essere attrice?
«Ero una ragazza che amava molto leggere, cambiavamo spesso casa e così, a parte la mia famiglia, non avevo nient’altro, non c’era una vera struttura che mi sostenesse, a parte la biblioteca, dove andavo spessissimo. Non ero nemmeno molto sportiva, passavo il mio tempo a divorare libri e a immaginare storie. Quando sono diventata più grande e ho dovuto scegliere un’attività da svolgere nel dopo scuola, ho finito per scegliere qualcosa che avesse a fare con i testi che ero abituata a leggere, con il desiderio di entrare a far parte di quei mondi fantastici. Sono andata più a fondo, ho avuto una professoressa che mi ha fatto capire che recitare al teatro, e al cinema, significava proprio questo. La cosa mi ha sorpreso moltissimo, non avevo idea che ci fossero persone che facessero questo mestiere per vivere. Da quel momento il corso della mia vita è cambiato, ho scoperto che c’era la possibilità di trasformare la fantasia in realtà».

Qual è il limite che separa gli attori dai personaggi che interpretano?
«La recitazione è un enorme atto di immaginazione, niente di quello che facciamo è reale, è tutto un gioco di finzione, come quelli che si inventano da bambini. Il punto sta nella capacità di scavare nelle nostre emozioni autentiche per poterle poi collegare a esperienze inventate. C’è una collisione meravigliosa tra realtà e finzione, all’inizio siamo lontanissimi dai ruoli che interpretiamo, poi quella distanza si riduce».

Com’è Julianne Moore fuori dallo schermo?
«Nelle situazioni come queste, quando sono intervistata o mi trovo davanti a tanta gente, mi viene da chiedermi se merito davvero tutto questo. Nella vita privata amo essere una persona qualunque, passare inosservata, vestirmi con la prima cosa che mi capita, girare senza trucco, prendere la metropolitana, andare in palestra, fare la spesa. Non sono invisibile, ho la mia comunità, la mia famiglia, le persone che abitano nel mio palazzo, ma non mi sento mai un personaggio pubblico».

The Debut (dal primo gennaio nelle sale con IWonder) è una storia di liberazione femminile. A che punto è il cammino delle donne verso la parità?
«I progressi sono lenti e graduali ma, almeno nell’industria cinematografica, sono ormai evidenti. Rispetto all’inizio della mia carriera, c’è un aumento significativo di donne che lavorano dietro le quinte, di registe, e sceneggiatrici. Ricordo una volta, su un set, poco dopo la sconfitta elettorale di Hillary Clinton… le due uniche donne eravamo io e una giovane assistente operatrice. La cosa nuova e bella è che il senso di cameratismo e di reciproco sostegno tra attrici è molto aumentato. La solidarietà è la cosa più importante che siamo riuscite a costruire».

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