«Nulla è più inabitabile di un luogo dove siamo stati felici». La frase è di Cesare Pavese, contiene una verità assoluta che chiunque, nella vita, ha avuto, almeno una volta, modo di verificare. Il valore di Mustang, secondo film di Kasia Smutniak regista, ieri in cartellone alla Festa del cinema, sta anche nel coraggio con cui l’autrice ha sfidato la regola: «È un film molto personale, apre una porta, ma ne chiude un’altra, come in un cerchio». Nel tessuto del documentario (dal 23 novembre nei cinema) la storia di vita dell’autrice si intreccia con quella di una regione magica e lontana, dove la costruzione di una scuola che permetta ai bambini di studiare senza dover lasciare le loro famiglie, è un atto importante, pieno di significati sociali e politici, ma è anche la forma concreta in cui si elabora un lutto. Nel 2003 l’attrice ai primi passi Kasja, figlia di un generale dell’aeronautica militare polacca, e il trionfatore della prima edizione del Grande fratello Pietro, adorato da schiere di telespettatori, bello, intelligente, ironico, pieno di arguzia e curiosità, partono, zaino in spalla, per il Tibet. È un viaggio iniziatico, decidono di ripeterlo, ma non sarà possibile, perché, sette anni dopo, Pietro scompare, a 35 anni, vittima di un incidente con il paracadute.
Come nacque l’idea di andare proprio in Mustang?
«È stato Pietro, un giorno è tornato a casa e ha detto “andiamo in Mustang”. Il nome aveva un suono mitico, francamente non so da dove è venuta fuori la sua idea. So che quell’estate siamo partiti e abbiamo portato con noi una piccola telecamera».
Nel film la vediamo com’era, una ragazza sorridente, allegra. Si trova cambiata?
«Prima mi sembrava di sì, mi rivedevo e pensavo “ecco, quella ragazza era diversa, così spensierata, così fragile, non sapeva ancora nulla, doveva affrontare il mondo”. In questi anni ho avuto il privilegio di osservarmi con calma, di rivedermi com’ero allora, mi sono resa conto che, in realtà, già allora, ero quello che sono adesso. Questa cosa qua. Poi, certo, la vita ti cambia, ma tu, in fondo, rimani quello che sei».

Mustang descrive l’elaborazione di un lutto. È così?
«In parte lo è, anche se, sulle prime, mi arrabbiavo, faticavo ad ammetterlo. Insomma, diciamo che, in parte lo è, ma non solo. La vera sfida è stata trovare la distanza necessaria per raccontare una storia di cui facevo intimamente parte, riuscendo, al tempo stesso, a stare sia davanti che dietro la macchina da presa. Trasformare la vicinanza in sguardo, senza tradire l’intimità di quell’esperienza».
È stato difficile portare sullo schermo una vicenda così dolorosa?
«Il lavoro di attrice comprende la capacità di ricorrere al proprio bagaglio personale per rendere gli stati d’animo dei personaggi. Questa volta non è stata diversa dalle altre, forse le emozioni sono arrivate più velocemente, questo sì».
Sua figlia Sophie è la voce narrante e ha una parte fondamentale nel racconto. Come è andata?
«Dopo il primo viaggio con Pietro, ho continuato a tornare in quella zona e a filmare tutto, con videocamere, telefoni, GoPro. Il film, però, ha preso la sua forma quando, nel 2024, Sophie ha compiuto 19 anni e ha deciso di partire da sola per il Mustang, portando con sé la vecchia telecamera di suo padre. In quel gesto ho riconosciuto un passaggio di testimone, ho capito che la vicenda doveva essere raccontata attraverso il suo sguardo, il suo punto di vista, genuino e vitale».

Che carattere ha Sophie, le somiglia?
«Non riesco a descriverla, perché è mia figlia. Nel film l’ho raccontata dall’inizio, da quando è arrivata su questo pianeta, fino ad oggi. Abbiamo tante cose in comune, ma faccio davvero fatica a parlarne, perché è un po’ come se dovessi analizzare me stessa. Potrei dire un sacco di cose, per esempio che le persone, comprese le mie migliori amiche, mi dicono spesso che in certi momenti Sophie è identica a me. Ma non è vero. Per me è semplicemente l’essere più bello che esista sulla Terra».
Non è un’attrice che si racconta spesso, stavolta lo fa, in modo diretto. Il film rappresenta anche un cambiamento?
«Sì, è un po’ una follia, forse, tra qualche anno, potrò dirle se ho fatto bene a farlo oppure no. Adesso ancora non lo so».
Il film offre una testimonianza significativa su una zona del mondo che ha attraversato grandi cambiamenti e che oggi vive numerosi problemi.
«Negli anni ho continuato a girare, anche per documentare quello che stava succedendo, la creazione della strada che doveva unire la Cina all’India, l’arrivo dell’elettricità, di Internet, dei social media, e anche l’affermarsi di una politica del governo cinese abbastanza aggressiva. E poi il cambiamento climatico, adesso sull’altopiano tibetano piove, prima non pioveva mai, così tutto si sta sgretolando, le montagne, le strade, le case. Vivere in quelle zone è sempre più difficile».


Che cosa vorrebbe che gli spettatori cogliessero vedendo Mustang?
«L’ho girato per dare un briciolo di speranza. Una chiave del film è nella ricostruzione della mia esistenza, di quella di Pietro e di quella di mia figlia. Ma non è tutto. Quello che mi interessava era descrivere una piccola comunità di persone, che abitano lì e sono abituate a coltivare la ricerca della felicità con un rigore scientifico, come se si attenessero a una sorta di manuale. Mi sono aggrappata a loro modo di agire e di pensare, all’idea che anche un solo, piccolo, gesto quotidiano, possa migliorare il mondo che ci circonda».
Lei l’ha trovata la felicità?
«Oh sì, certo».
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