I mercati europei tremano ancora. L’ombra di una fiammata inflazionistica globale continua ad allungarsi sui listini azionari, schiacciati dalla morsa del greggio in rialzo. In una cornice di tensioni geopolitiche crescenti, la Banca centrale europea (Bce) blinda la linea del rigore e prepara il terreno a nuovi interventi sul costo del denaro. L’Eurotower allontana la prospettiva di una pausa e certifica un ciclo restrittivo lontano dal capolinea.
I tassi attuali rientrano «nell’ambito dell’intervallo dei tassi di interesse neutrali», spiegano i governatori nei resoconti dell’ultima riunione, sottolineando come «un ulteriore aumento dei tassi di 25 punti base è quindi giustificato dai dati in arrivo». Se la riunione di fine ottobre è considerata interlocutoria, quella di dicembre potrebbe portare il tasso sui depositi al 2,75%, dall’attuale 2,50 per cento.
L’onda d’urto del Medio Oriente
L’onda d’urto del Medio Oriente colpisce in pieno le piazze del Vecchio Continente, ostaggio di quotazioni energetiche fuori controllo e del nervosismo sui titoli di Stato. Piazza Affari indossa la maglia nera con una flessione dell’1,35%, zavorrata dai ribassi bancari, mentre anche Francoforte e Parigi archiviano la seduta in rosso, meno 1,24% e meno 0,51 per cento. A condizionare gli scambi concorre il balzo del Brent oltre i 105 dollari al barile, spinto dal timore di un ulteriore blocco nello Stretto di Hormuz e dalle voci su mosse di Washington contro Teheran.
Il rincaro dei carburanti innesca un effetto domino sui bond governativi, alzando i rendimenti in un quadro di margini ridotti per le finanze pubbliche. L’Oat francese decennale sfiora il 5%, con lo spread sul Bund tedesco a 139 punti, mentre il Btp italiano chiude al 4,6 per cento. La pressione sui debiti sovrani, come sottolineato da Citi, riflette un’ansia sistemica. Gli analisti della banca statunitense avvertono le sale operative in modo significativo.
Fronte monetario come crocevia
«Se le vendite colpiscono insieme istituti francesi, tedeschi, spagnoli e italiani, vuol dire che gli investitori guardano oltre il solo rischio francese, soprattutto in un’Europa dove diversi Paesi hanno debiti elevati», evidenziano gli esperti. Il fronte monetario resta il crocevia di ogni strategia d’investimento. I verbali del Consiglio direttivo di settembre restituiscono la fotografia di un’istituzione decisa a spegnere ogni focolaio sui prezzi.
«Tutti i membri hanno ritenuto che i rischi per le prospettive di inflazione fossero orientati al rialzo rispetto alle proiezioni di base», riportano i documenti ufficiali, indicando il conflitto in Medio Oriente e l’invasione russa dell’Ucraina come fonti primarie di instabilità. Il timore si concentra sulla trasmissione dei rincari all’economia reale. Nonostante le stime indichino un’inflazione media al 3% per il 2026, il rischio di una persistenza del carovita rimane.
Lane: “Shock è di media entità”
«Quanto più a lungo i prezzi dell’energia rimarranno elevati, tanto maggiore sarà la probabilità che provochino un aumento più generalizzato dell’inflazione», rileva il direttivo. A placare i falchi contribuisce l’analisi del capo economista della Bce, Philip Lane. «Riteniamo questo uno shock di media entità e dobbiamo adottare una risposta misurata», spiega Lane, precisando che gli accordi salariali restano «piuttosto moderati».
Francoforte guarda con sospetto ai dati sulla crescita. Con un Pil in espansione dello 0,6%, i banchieri centrali predicano prudenza, giudicando vitale «valutare se il forte risultato del secondo trimestre sia temporaneo o l’inizio di un miglioramento più duraturo della domanda». Una stretta è però nelle corde della Bce. Anche se per adesso la presidente Christine Lagarde, come ha ricordato ieri all’Eurogruppo, non vede segnali di contagio dei rincari energetici ad altri settori.
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Il peso dei fattori esterni
I fattori esterni, secondo Lagarde, devono tuttavia essere monitorati con costante attenzione. Nelle sale di contrattazione, l’attenzione torna sulle prossime mosse dell’Eurotower. L’impennata dei rendimenti obbligazionari rischia di compiere il lavoro al posto della banca centrale, stringendo le condizioni finanziarie. Secondo Carsten Brzeski, global head of macro di Ing, la salita dei tassi sul Bund ha prodotto un impatto restrittivo pari a un aumento del costo del denaro di 25 punti base, mentre per la Francia l’effetto sfiora lo 0,50%.
Con i mercati in tensione, il vertice Bce di ottobre potrebbe trasformarsi in un banco di prova per affrontare le fibrillazioni sul debito sovrano, rinviando a dicembre le decisioni sui tassi. L’orizzonte autunnale prefigura un percorso a ostacoli tra l’esigenza di domare i prezzi e la necessità di non affondare una ripresa in bilico.
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