La serranda del bar di via Tripoli 3, a Torino, si è abbassata dopo 52 anni. Quella della pasticceria Giorcelli dopo più di 51. E poi via Galluppi, via Malta, via Farinelli, corso Brunelleschi 2: cosa sta succedendo ai nostri caffè? Dove prenderemo adesso quella tazzina che eravamo abituati a consumare su quel bancone usurato dagli anni?
Quando cambiano i negozi sotto casa, ce ne accorgiamo subito. I bar, prima di tutto. Dal primo espresso dell’alba all’ultimo bicchiere della sera, passando per la pausa pranzo, sono il cuore del quartiere. Eppure, in quel battito, qualcosa sta cambiando.
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Il turnover
Rispetto al 2020, quando il Covid aveva colpito duro spazzando via decine di tavole calde, oggi lo scenario è un altro. Secondo i dati della Camera di Commercio nel 2025 le cessate attività sono state 264. Un numero che fa rumore, finché non si guarda l’altra colonna del registro: tra chiusure e nuove aperture, il saldo è -31. Non un crollo, dunque: un turnover. E spesso il nuovo bar alza la serranda proprio dove un altro l’aveva appena abbassata.
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Dove muoiono i bar
La città, però, non si muove tutta allo stesso passo. Il Centro è il quartiere più dinamico. In un anno hanno abbassato la saracinesca in 49, ma altri 38 sono arrivati ad alzarla. E sebbene anche come saldo rappresenti la zona dove si sono spente più luci, ci sono quartieri più a rischio perché immobili. A Mirafiori Sud sono sparite dieci attività e ne sono nate solo due. Lingotto e Crocetta perdono terreno: 16 cessazioni con 8 aperture il primo, 20 cessazioni con 14 aperture la seconda. A volte, invece, la vitalità arriva da dove non sempre la si cerca: Cenisia in un anno ha conquistato otto bar rispetto a quelli che aveva; San Donato, sette; Barriera di Milano, quattro; Nizza Millefonti e Aurora, tre.

Addio impresa di famiglia
Si sta ridisegnando una nuova geografia, ma la mutazione più profonda è quella che non si vede dalla vetrina: è scritta nelle visure camerali. A chiudere sono soprattutto Sas e Snc, le società di persone che per decenni sono state l’ossatura del bar a conduzione familiare. Dietro quel bancone c’erano marito e moglie, fratelli, genitori, figli, soci che dividevano turni e responsabilità per venti o trent’anni. Oggi quell’immagine sta sbiadendo come una vecchia fotografia appesa dietro la cassa. Sas e Snc rappresentano il 36% delle cessazioni ma solo il 14% delle nuove aperture. Dietro i nuovi bar ci sono sempre più ditte individuali o società di capitale leggere che promuovono locali con idee diverse, anche nel rapporto con la clientela. Attività capaci di aprire e chiudere nel giro di una stagione, alcune sono durate appena due mesi.
Accanto, nel frattempo. il piccolo bar di quartiere si spegne per consunzione: il barista invecchiato insieme al suo bancone, arrivato a fine corsa, non ha eredi o capitale per passare la mano. A volte qualcuno raccoglie il testimone, altre volte la staffetta si interrompe. Resta solo la saracinesca abbassata. Il turnover non cancella il peso delle storie lunghe. Tra le attività cessate nel 2025 ce ne sono 43 che risultavano aperte da oltre vent’anni. Alcune hanno superato i quaranta, due il mezzo secolo. Il nuovo locale può riempire lo stesso spazio, ma non sostituisce da solo ciò che quel bar rappresentava. Dipende dal tessuto del quartiere.
Una doppia realtà
Il Centro è una porta girevole dove la partita si gioca sul piano economico: il passaggio dei turisti, gli uffici che a mezzogiorno riversano in strada migliaia di impiegati in cerca di un panino, l’investimento. Nelle periferie, tutto cambia: la chiusura di un locale, l’insegna che si spegne, sono un presidio sociale che si perde. La possibilità di incontrare qualcuno, fare due chiacchiere, lanciare una battuta. Fino al prossimo caffè.
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