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La freschezza dell’autunno francese

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E se l’autunno caldo francese portasse un po’ di freschezza? Certamente ci sono le violenze, gli scontri con la polizia in un clima di tensione e di strumentalizzazione politica. Ma sulla scia del movimento studentesco riappare l’espressione di una solidarietà, di una fraternità, di una capacità di indignazione che la società francese sembrava aver abbandonato, lasciando il posto negli ultimi anni al rancore, alle rivendicazioni di categoria, alla ricerca di capri espiatori. Simbolicamente, a 1.500 chilometri da Parigi, persino il Lycée Chateaubriand, l’esclusivo liceo francese di Roma, è sceso in sciopero con uno slogan eloquente tra i tanti: «privilégiés, on veut partager», «privilegiati, vogliamo condividere». D’altronde, partito dal liceo Saint-Exupéry di Créteil lo scorso 17 settembre, il movimento studentesco non è nato contro l’istituzione, l’ordine e i professori. Al contrario. Trova la sua origine nella volontà degli studenti di sostenere i propri insegnanti, che avevano scioperato per denunciare le cattedre non assegnate all’inizio dell’anno scolastico.

E, a differenza delle grandi mobilitazioni del passato (come nel 1986 o nel 2006), la rivolta studentesca, che ora si estende alle università, non si è schierata contro un testo di legge in particolare o una specifica riforma universitaria. Essa esprime una rabbia diffusa contro la mancanza di mezzi e di professori, contro il degrado degli edifici scolastici, contro la cattiva organizzazione del tempo scuola e la selezione sempre più precoce, che danneggia la realizzazione personale degli studenti e, in definitiva, ne condiziona il futuro.

Nel marzo 1968, poche settimane prima dell’esplosione della rivolta di maggio, l’editorialista di Le Monde Pierre Viansson-Ponté aveva scritto un testo celebre e premonitore intitolato «La Francia si annoia». Nel 2026, la Francia si angoscia, e il movimento studentesco può essere interpretato oggi come un tentativo di mobilitazione per uscire da questa inquietudine, per ritrovare una prospettiva, un orizzonte, quando tutto concorre alla paura, alla rassegnazione, alla disperazione.

Ovviamente, attorno a questo movimento studentesco, si agitano gli estremisti. Da un lato la sinistra radicale, che vuole strumentalizzare il momento, radicalizzare ed estendere la lotta per creare un clima quasi insurrezionale a pochi mesi dalle elezioni presidenziali. Dall’altro la destra dura, che giustifica le violenze della polizia puntando il dito contro gli inammissibili episodi di distruzione, incendi e attacchi ai danni di alcuni professori, avvenuti a margine delle manifestazioni; episodi che i canali d’informazione all-news amplificano per fare audience o per alimentare il consenso verso il Rassemblement National di Marine Le Pen.

In mezzo, un presidente Macron che dieci anni fa era sembrato riaprire un futuro per i giovani prima di deluderli crudelmente. E un governo Lecornu imbarazzato, che teme il contagio delle proteste studentesche ma paventa ancor di più una nuova edizione dei gilet gialli, e che preferisce anzitutto contenere il prezzo del gasolio piuttosto che rispondere alle aspettative esistenziali delle giovani generazioni, confrontate ad un mondo che promette loro la crisi climatica, la guerra mondiale a pezzi, l’accentuarsi delle disuguaglianze e la distruzione dei lavori futuri — se non della specie umana — da parte dell’intelligenza artificiale.

Le prossime settimane diranno se il movimento studentesco sarà capace di trasformare la sua rivolta in prospettiva, la sua rabbia in proposte, o se si spegnerà restando senza un grande seguito, come le grandi manifestazioni di Fridays for Future del 2018-2019. E, ancor di più, se riuscirà a evitare la trappola della violenza e la strumentalizzazione da parte della France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon.

Nulla garantisce che gli studenti riusciranno a inserirsi nella campagna per le presidenziali della prossima primavera. Ma oggi, il che non è già poco, la giovane generazione, schiacciata dal catastrofismo della contemporaneità e accusata di essere «immatura», avanza rivendicazioni concrete pur reclamando il diritto al sogno e alla spensieratezza. Prova ne siano gli slogan che riprendono il verso di Rimbaud: «Non si può essere seri a diciassett’anni…».

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