La mamma di Sara Di Pietrantonio: “Ho cancellato la stanza di mia figlia. Provo compassione per il suo assassino”

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La stanza di Sara Di Pietrantonio non esiste più. Tina Raccuia, la madre, l’ha cancellata. «Ho creato un open space, non so come facciano altre mamme a conservare o a lasciare tutto com’era. Per me era tristissimo, non riuscivo nemmeno a vedere i suoi vestiti. Li ho regalati alle sue migliori amiche perché ci tenevo che avessero un ricordo di Sara».

A fine maggio saranno trascorsi dieci anni dalla morte di Sara. Aveva 22 anni, studiava Economia a Roma Tre ed era finalmente riuscita a lasciare Vincenzo Paduano, un giovane di cinque anni più grande di lei che nella vita lavorava come guardia giurata. Da qualche tempo frequentava un altro ragazzo, stava cercando di ricostruirsi una vita quando Paduano la interruppe con una brutalità inconcepibile. Cospargendola di liquido infiammabile e dandole fuoco.Sei mesi dopo in centomila scesero in piazza a Roma per Sara e le altre vittime di femminicidio, per la prima volta con l’hashtag #nonunadimeno. Nacque allora il movimento diventato protagonista delle battaglie contro il patriarcato e la violenza di genere. Cinque anni dopo, Paduano fu condannato in via definitiva all’ergastolo.

Che cosa prova oggi? Dicono che il tempo porti conforto anche di fronte ai dolori più grandi.
«Se devo essere sincera, per me è come se fosse accaduto ieri. Sara mi manca e mi mancherà sempre. Il tempo è relativo, lei è sempre presente nel mio cuore, nei miei pensieri. Purtroppo, queste sono ferite che non si rimarginano, il dolore rimane e rimarrà sempre, non c’è soluzione».

Però in questi dieci anni lei non si è mai fermata.
«C’è sempre il desiderio di fare qualcosa. Purtroppo, ora sto lavorando dodici ore al giorno perché sono da sola e ho bisogno di ottenere una pensione più dignitosa: ho meno tempo per fare quello che inizialmente riuscivo a fare meglio».

E sarebbe?
«Andare nelle scuole a raccontare la storia di Sara. Lo faccio ancora, ma non come vorrei. Riprenderò con maggiore impegno tra un paio di anni, quando andrò in pensione. Lo ritengo un impegno necessario perché, se è vero che da un punto di vista legislativo nel corso degli anni ci sono stati progressi, non si può dire lo stesso sulla prevenzione. Andare nelle scuole permette di colmare queste lacune».

Che cosa racconta di Sara?
«La sua storia, non c’è bisogno di altro per far capire che è un errore pensare che a noi non capiterebbe mai. Tutti possiamo trovarci a vivere quello che abbiamo vissuto noi e tanti altri».

Lo pensavate anche voi?
«Sì, e abbiamo sbagliato. La nostra e quella di Vincenzo sono famiglie normali. Siamo impiegati statali, persone semplici. E Vincenzo sembrava un ragazzo tranquillo ma era solo l’apparenza».

Ci racconti.
«Non bisogna sottovalutare alcuni atteggiamenti. Si tratta di comportamenti subdoli che non sappiamo riconoscere ed è di questo che bisogna parlare nelle scuole».

Quali sono questi atteggiamenti?
«Vincenzo non ha mai picchiato Sara. La sua non è stata violenza fisica ma psicologica. È altrettanto devastante ma molto più difficile da capire. Le ragazze si sentono umiliate, vessate, non credute e tutto questo crea un disagio difficile anche da denunciare. Vincenzo era eccessivamente geloso, non voleva che Sara studiasse, che vedesse le amiche, che indossasse i pantaloncini corti. All’inizio con mia figlia ne ridevamo. Dicevamo: guarda che stupido, sembra un talebano. Invece si trattava di campanelli d’allarme che abbiamo sottovalutato. A un certo punto Sara non è riuscita più a impegnarsi bene nello studio, era dimagrita tanto, non dormiva bene. Era subentrata la paura, si era isolata e anche questo è un segnale importante che non siamo riusciti a cogliere».

Come reagiscono le ragazze e i ragazzi di fronte a questo racconto?
«All’inizio, molti anni fa, mi guardavano come se fossi un’aliena. Di violenza psicologica non si parlava e, quando se ne parlava, era difficile capirla. Ora sono molto più preparati, sono loro a dirmi quali sono i segnali da non sottovalutare. In questi anni ci sono stati degli indubbi passi avanti ma non è che una mamma disperata come me può cambiare la cultura, ci vuole qualcosa di più».

Che cosa?
«Una formazione strutturata, continua, nelle scuole. A livello individuale bisogna fare rete, essere capaci di capire quando una compagna di scuola sta affrontando delle difficoltà e intervenire».

In questi anni ha mai avuto contatti con Vincenzo? Una lettera, una parola di scusa?
«Nessuno. Non so che faccia e nemmeno mi interessa. Nell’ultimo post pubblicato su Facebook prima di uccidere Sara, ha annunciato che sarebbe andato a fare tabula rasa, che doveva sistemare questo torto subito. È sempre stato certo di essere nel giusto, di sicuro ne è ancora convinto».

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Che cosa prova nei suoi confronti?
«Compassione. Non lo posso uccidere, non sarei in grado di fare quello che ha fatto a mia figlia, non sono ancora in grado nemmeno di capire come abbia potuto superare ogni limite e diventare un assassino».

Che cosa intende per compassione?
«A Roma si dice: è un poraccio. Ecco, lui per me ora è questo: un poraccio, uno che ha distrutto noi ma ha rovinato anche la sua vita e quella della sua famiglia. Avrebbe potuto avere una vita tranquilla, serena e ora è un ergastolano».

Lo ha mai odiato?
«Certo che l’ho odiato, e lo odio. Ma bisogna intendersi sul significato di questa parola. L’odio non fa sì che io reagisca in modo violento contro di lui».

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