La nuova frontiera dei media: meritare il tempo delle persone

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Nel precedente intervento su queste pagine ho sostenuto che il futuro dei media si gioca sulla fiducia. Ma la fiducia, da sola, non basta. C’è una seconda sfida: tornare a essere necessari.

Viviamo dentro un paradosso. Mai abbiamo avuto a disposizione una quantità così grande di informazioni, immagini e contenuti. Eppure mai come oggi è stato difficile conquistare l’attenzione delle persone.

Il problema non è più trovare qualcosa da vedere, leggere o ascoltare. È scegliere. E soprattutto capire perché dedicare tempo proprio a quel giornale, a quella televisione, a quella radio o piattaforma.

Per decenni i media hanno beneficiato della scarsità: pochi canali, poche frequenze, pochi quotidiani. Oggi viviamo nell’economia dell’abbondanza. Tutto è disponibile, sempre e ovunque. Non basta più esserci. Bisogna avere una ragione per essere scelti.

La competizione, infatti, non si svolge più soltanto tra televisioni, giornali o radio. Si compete per il tempo delle persone. Una trasmissione televisiva compete con un social network, un quotidiano con un podcast, un telegiornale con una piattaforma video.

Per questo la media company contemporanea non può più partire dal mezzo. Deve partire dal contenuto. Una storia può nascere in televisione, essere approfondita da un quotidiano, diventare conversazione in radio, vivere sui social e trasformarsi in podcast. Non significa replicare lo stesso prodotto: significa costruire un nuovo modello editoriale.

In questa trasformazione acquista valore anche un elemento apparentemente antico: essere presenti dove accadono le cose.

Più aumenta la produzione artificiale di contenuti, più diventa prezioso ciò che è reale e irripetibile. Un grande evento, una visita istituzionale, una manifestazione culturale o un fatto di cronaca raccontato mentre accade possiedono qualcosa che nessun algoritmo può fabbricare: la contemporaneità.

La diretta, considerata da qualcuno un linguaggio televisivo del Novecento, può diventare così uno dei linguaggi più moderni dell’ecosistema digitale. Perché certifica una presenza. Dice al pubblico: noi siamo qui.

Ma essere presenti richiede investimenti, tecnologia, giornalisti, tecnici e capacità organizzativa. E impone di superare un’altra convinzione del passato: che ciascuno debba necessariamente fare tutto da solo.

Il futuro sarà anche quello delle alleanze. Servizio pubblico ed editoria privata, televisioni, quotidiani, radio e piattaforme possono collaborare conservando identità, autonomia e responsabilità editoriale. Condividere tecnologie, produzioni e distribuzione non significa confondere i ruoli, ma utilizzare meglio le risorse.

In un mercato dominato da operatori globali, la frammentazione non è sempre garanzia di indipendenza. Talvolta è soltanto debolezza.

L’Italia dispone di un patrimonio straordinario di televisioni, quotidiani, radio, imprese creative e professionalità. Realtà che, se messe in relazione, possono diventare una grande infrastruttura culturale e informativa diffusa.

E dentro questa rete i territori saranno decisivi. La globalizzazione digitale non ha cancellato il bisogno di appartenenza. Raccontare un territorio non significa essere provinciali: significa partire da una realtà concreta per parlare al mondo.

Il futuro dei media, dunque, non sarà deciso soltanto dalla tecnologia, ma dalla capacità di combinare innovazione e presenza, dimensione globale e radicamento, velocità e approfondimento.

Il nostro mestiere non sarà semplicemente produrre più contenuti. Sarà scegliere ciò che merita attenzione, spiegare ciò che è complesso e portare le persone dove accadono le cose.

Perché nell’epoca dell’abbondanza la forza di un media non sarà occupare uno spazio.

Sarà meritare il tempo delle persone.

*Direttore Generale Rai

Direttore Generale San Marino Rtv

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