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La nuova frontiera della cocaina: raffinerie clandestine in Italia e chimici colombiani per le mafie

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La prima scoperta è del 19 aprile 2025: i carabinieri di Gioia Tauro sequestrano 100 kg di cocaina in panetti in un casolare nelle campagne della “Piana”. Impilati e nascosti nell’intercapedine di un muro dietro il quale, però, nessuno si aspettava di trovare un laboratorio perfettamente attrezzato, con tanto di composti chimici, forni ad alta temperatura, mascherine e tute protettive. Seconda puntata, San Valentino, 14 febbraio 2026: nelle campagne della Locride, comune di Bianco, viene scoperto «un vero e proprio laboratorio adibito a raffineria di cocaina, come inequivocabilmente risulta dal materiale utilizzato per la produzione, taglio ed essicazione della sostanza». Eccolo: presse idrauliche per la formazione dei panetti, stampi, fornelli a gas, forni a microonde, lampade, mestoli, acido citrico, materiale per imballaggio e confezionamento e bilancia. Non c’è droga, ma vengono recuperati 473 kg di acido borico, agente chimico utilizzato per aumentare il volume della cocaina.

Cinque casi in poco più di un anno di “raffinerie” clandestine sono finite agli atti delle inchieste sul narcotraffico in Italia. L’ombra della ‘ndrangheta e della mafia albanese – a seconda dei casi – è ampiamente presente. E d’altronde verrebbe da chiedersi come, nel cuore dell’Aspromonte, in un quadrante dove risiedono le famiglie di élite della mafia calabrese nel mondo, quattro stranieri – è un’ipotesi investigativa – possano aprire un’attività di questo tenore con spirito d’impresa autonomo e intrepido.

In tutti i casi però – questa è la costante – sono finite indagate o arrestate persone di origine sudamericana: colombiani, soprattutto.

Gli analisti del Ros li inquadrano come «l’expertise» che manca alle cosche calabresi ma anche albanesi ritenute coinvolte a pieno titolo. Che un po’ richiama gli anni Settanta e Ottanta quando i Marsigliesi mandavano i loro chimici in Sicilia per insegnare a Cosa Nostra a raffinare l’eroina.

In attesa degli sviluppi delle indagini, valgono le parole pronunciate dal comandante del Ros (Raggruppamento operativo speciale) dei carabinieri Vincenzo Molinese nell’audizione del luglio scorso in commissione antimafia insieme al comandante del II° reparto investigativo del Ros Massimiliano D’Angelantonio. Hanno parlato di «una nuova frontiera» e di un metodo estremamente sicuro perché elude i controlli scanner, ma necessita della collaborazione di chimici che sono le stesse organizzazioni fornitrici a mettere a disposizione». Frontiera che tutti, al Ros, hanno chiaro essere integrativa, ancora non sistemica, ma comunque meritevole di approfondimenti visti i casi sempre più frequenti. La cocaina continua ad arrivare in Italia a tonnellate già raffinata dai porti sudamericani, Brasile in testa e questo rimane il canale più sfruttato. Il fenomeno dei laboratori è però definito «interessante» e inteso come «un tentativo di comprendere – svela una fonte investigativa – se vi sono opportunità meno rischiose di trasbordo di parte di carichi».

Nel merito vale sottolineare l’ultima scoperta in ordine di tempo, a Latina, il 6 agosto scorso. Preceduta da due rinvenimenti speculari a Fucecchio e Foligno. Qui il Ros ha sequestrato 7,4 kg di cocaina (fra quella già lavorata e quella ancora in pasta grezza). E in manette sono finite tre persone, due uomini e una donna. Proprio lei ha puntato una pistola (a salve) contro i carabinieri nel momento in cui hanno fatto irruzione dentro i locali ricavati all’interno di una lussuosa villa.

C’era una pressa idraulica per la realizzazione dei panetti da 1 chilo con impresso il logo “B”, e alcuni grossi recipienti in plastica contenenti una miscela di solvente e cocaina ancora in soluzione. In un cassetto, due manoscritti, in spagnolo e in italiano, con l’illustrazione delle procedure dettagliate per l’estrazione e la lavorazione della cocaina in pasta.

Si è così tratteggiato un modus operandi più chiaro: la pasta di cocaina viene dissoluta in capi di pellame, tessuti, pellet, legno o prodotti di plastica e poi estratta con un lavaggio chimico e un procedimento di purificazione acida.

Costa meno della coca che arriva in panetti, ma ha bisogno di competenze specifica, perizie e abilità tecnica che le mafie tradizionali non hanno e alla cui assenza sopperiscono facendo arrivare i “chimici” in Italia spesso grazie alle stesse organizzazioni che inviano i carichi. Pagati, ospitati e rimandati indietro.

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