La rivoluzione dell’intelligenza artificiale ha creato una bolla pronta a esplodere?

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La rappresentazione plastica del potere che valica quello della tecnologia è l’immagine dell’ultimo vertice del G7 di Évian, in Francia. Nella sessione dedicata all’intelligenza artificiale a destra e sinistra di Donald Trump si sono accomodati Sam Altman di OpenAI e Demis Hassabis di Google DeepMind. Più in là, a fianco del padrone di casa Emmanuel Macron, Dario Amodei di Anthropic, non in cima alle simpatie del presidente americano. Della vicenda che ha fatto entrare in conflitto il fondatore quasi italiano del più grande rivale di OpenAI dalla Casa Bianca vi abbiamo raccontato in una puntata precedente di questa newsletter. Oggi ci facciamo un’altra domanda, già nota a chi ha qualche euro investito sui mercati. La rivoluzione dell’intelligenza artificiale ha creato una bolla pronta a esplodere?

Gli esperti si dividono in ottimisti, pessimisti e dubbiosi: i primi paragonano il momento all’avvento delle Ferrovie nella seconda metà dell’Ottocento, i secondi – in minoranza – sono convinti siamo vicini all’esplodere di una bolla come quella delle dot.com dei primi anni Duemila, gli agnostici sostengono che passeremo da alti e bassi, e che è inutile fare previsioni alla Nostradamus. Questa terza linea di pensiero è governata dalla consapevolezza che di fronte a un cambiamento epocale nessuno ha la sfera di cristallo. In effetti.

Oggi a Wall Street c’è un pugno di aziende che capitalizza più di mille miliardi di dollari, e sono quasi tutte tecnologiche. Nvidia, Alphabet, Apple, Microsoft, Amazon, Meta, Broadcom, Tesla. Al club dei mille miliardi questa settimana si è aggiunta Space X di Elon Musk, con un valore stimato di duemila miliardi, presto si aggiungerà Anthropic, che oscilla poco sotto i mille, e OpenAI, che quotata non è ma secondo alcuni varrebbe più di Space X. Queste aziende – tutte trainate dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale – valgono le cifre alle quali oggi il mercato le premia? E soprattutto: i massicci investimenti che questi giganti stanno finanziando saranno ripagati con altrettanti utili?

Chi fin qui si è spinto con sicumera a dipingere scenari sta rischiando grosso. Uno di questi è il Nobel per l’economia Daron Acemoglu, il quale un paio di anni fa contestò le previsioni delle grandi banche d’affari sostenendo che i cambiamenti indotti dall’intelligenza artificiale non sarebbero stati quelli raccontati dalla retorica dominante. “E’ impensabile stimare risparmi sul costo del lavoro superiori al 27 per cento perché non sono in linea con gli effetti osservati di altre tecnologie come i robot industriali, che hanno trasformato alcuni settori e hanno ridotto il costo del lavoro di circa il trenta”. Le stime più recenti dicono che quelle stime non sono poi così balorde, anche se tuttora incerte.

Un rapporto diffuso questa settimana da Goldman Sachs ha messo a confronto i parametri di Borsa di oggi con quelli del 2000, l’anno in cui scoppiò la bolla delle primedot.com. I livelli di investimenti sono superiori ad allora, e però i margini di profitto non sono più bassi, anzi. I detrattori sostengono che giganti come Anthropic non sono ancora in utile, la tesi dominante è che lo sarà presto. Secondo le ultime stime i ricavi delle aziende di intelligenza artificiale nel primo trimestre di quest’anno hanno raggiunto i 25 miliardi di dollari a livello globale, più dei 21 stimati. E però i margini restano bassi: i due terzi dei ricavi sono ancora assorbiti dai soli costi per gli ammortamenti dei data center.

L’impressione è che i pessimisti, più che aggrapparsi a dati reali, siano mossi dalla paura di mostrarsi ottimisti. Questa settimana gli indici tecnologici americani di mezzo mondo hanno avuto una brusca frenata, salvo ringalluzzirsi grazie ai risultati sopra le attese di Micron, il quarto produttore mondiale di microprocessori. L’incertezza di questi giorni sarebbe stata alimentata più dal timore di un aumento dei tassi di interessi negli Stati Uniti, che dall’inizio di uno sboom. C’è però chi invita a guardare casi come quello di Space X, la cui quotazione era iniziata al valore stellare di 200 dollari ad azione ed ora caduta a 154, troppo forte come correzione per un’azienda sostenuta da ricche commesse pubbliche con il Pentagono e il Dipartimento della Difesa.

La prima bolla della storia moderna si consumò attorno alle ferrovie. Nel primo trentennio dell’Ottocento ci si convinse che avrebbero rivoluzionato gli scambi e ciò fece volare gli investimenti. In meno di vent’anni la rete in Gran Bretagna crebbe da poco più di cento chilometri a quasi diecimila, diventandola più importante del mondo. Fu speso il corrispondente di un quarto del Pil inglese, al cambio quattromila miliardi di dollari, il valore di due Space X. L’euforia produsse investimenti sovradimensionati, perdite e fallimenti, ma fu l’inizio di una rivoluzione che cambiò il mondo. Resta da capire se quella dell’intelligenza artificiale debba anch’essa passare da una grande crisi prima di cambiare la vita di tutti.

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