«Noi preferiamo vincere, naturalmente. Ma preferiamo perdere piuttosto che pareggiare». Ignazio La Russa riassume così il senso della riforma elettorale sulla quale sta lavorando il centrodestra. Il punto di partenza, spiega il presidente del Senato ai Portofino Talks intervistato dal vice direttore della Stampa Luciano Tancredi e dal giornalista Paolo Liguori, sono i sondaggi che già da un anno indicavano come risultato più probabile un sostanziale equilibrio tra le coalizioni, soprattutto nel caso in cui la sinistra fosse riuscita a tenere insieme il cosiddetto campo largo.
«Nel calcio un pareggio può accontentare tutti. In politica non funziona così: un pareggio significa tradire il voto degli elettori», dice La Russa. L’obiettivo, assicura, non è costruire un meccanismo capace di garantire la vittoria al centrodestra. «Non è una legge elettorale che ti fa vincere o perdere. Non esiste una legge elettorale che abbia queste caratteristiche in uno Stato democratico».
La funzione di una buona legge elettorale deve essere un’altra: garantire la stabilità, che è «la precondizione per avere una nazione credibile e forte», e permettere ai cittadini di sapere con chiarezza chi governerà. «La cosa importante è che gli italiani possano scegliere e poi, alle elezioni successive, giudicare chi ha governato».
Il modello al quale sta lavorando la maggioranza dovrebbe consentire agli elettori di esprimersi sulla coalizione, sul programma e anche sul leader. «Il cittadino deve sapere già il giorno del voto chi lo governerà. Deve poter scegliere un programma e anche il leader della coalizione». Questo, precisa La Russa, non cancella le prerogative costituzionali del capo dello Stato: resterà al presidente della Repubblica il compito di conferire formalmente l’incarico di formare il governo.
Nella proposta ci saranno anche le preferenze. «Non vi preoccupate, ci saranno», assicura il presidente del Senato. Il punto decisivo rimane però il rapporto diretto tra il voto e la nascita dell’esecutivo. Un mandato popolare chiaro, sostiene, renderebbe più forte il governo e ridurrebbe il rischio di maggioranze costruite dopo le elezioni.
La Russa auspica che a ricevere nuovamente quel mandato sia Giorgia Meloni, ma rivendica la neutralità del sistema. «Naturalmente spero nella continuità di questo governo. Ma potrà vincere anche la sinistra, se smetterà di litigare e sarà capace di costruire un programma». La legge, insiste, deve servire al Paese e non a una singola parte politica.
Il ragionamento si allarga alle future alleanze. «Non ci si allea semplicemente per vincere e non si vince soltanto per arrivare nei palazzi. Si vince per governare». Per costruire una coalizione servono «condizioni di omogeneità valoriale e programmatica». Condizioni che, secondo La Russa, oggi non esistono tra il centrodestra e le forze che si trovano all’opposizione, soprattutto sui grandi temi di politica nazionale e internazionale.
Il giudizio su Roberto Vannacci è netto: «Per il momento è un rafforzamento del centrosinistra». Non basta, spiega, condividere alcune tesi generali per poter costruire un’alleanza. Le distanze riguardano in particolare l’Ucraina, la politica estera e alcune posizioni assunte sul femminicidio: «Non ha niente a che spartire con noi».
La Russa boccia anche la parola d’ordine della remigrazione. «È un concetto che, secondo me, non ha alcuna logica, specie per un italiano». Il presidente del Senato ricorda le radici della propria famiglia: «Io sono figlio e nipote di emigranti. Un italiano non può essere contro l’immigrazione di persone che vogliono lavorare. Ne abbiamo necessità».
La linea del governo, sostiene, è distinguere nettamente l’immigrazione regolare da quella illegale. «Penso che il nostro governo abbia dimostrato di avere l’approccio corretto». Da una parte c’è il decreto Flussi, che consente l’ingresso legale di lavoratori; dall’altra il contrasto agli arrivi irregolari. L’immigrazione illegale, dice, è «il primo nemico dell’integrazione». A Giorgia Meloni riconosce di avere portato il problema «a livello italiano e soprattutto europeo, con regole chiare».
La storia italiana, aggiunge La Russa, rende ancora più incomprensibile l’idea di respingere in blocco chi arriva da un altro Paese: «Non vedo come un popolo che si è caratterizzato per l’emigrazione in tutto il mondo possa negare la possibilità di andare a lavorare in un’altra nazione, costruire, contribuire oppure, ancora meglio, imparare e poi tornare in patria con le conoscenze necessarie per crescere».
Parlando del centrosinistra, il presidente del Senato si sofferma anche su Beppe Grillo. «È l’altra faccia della stessa medaglia, ma, a differenza di Vannacci, non vuole un nuovo partito o candidarsi». Le sue posizioni, secondo La Russa, creano un problema soprattutto al leader del Movimento Cinque Stelle: «Mette in difficoltà Conte e soprattutto la narrazione che rende possibile il campo largo, in cui sono insieme Renzi, Binetti, Fratoianni e Bonelli».
Per La Russa, l’intervento del fondatore del Movimento Cinque Stelle fa emergere la vera natura dell’alleanza che il centrosinistra sta cercando di costruire: «Grillo rende evidente la manovra di pura conquista del potere del campo largo».
Lo sguardo va anche al Quirinale. Alla domanda sulla possibilità che dopo Sergio Mattarella venga eletto un presidente proveniente dalla destra, La Russa risponde: «Speriamo». Ma precisa che la successione al capo dello Stato non rappresenta oggi un obiettivo di Giorgia Meloni. E, dovendo indicare un profilo, preferirebbe una personalità «di destra», non semplicemente un nome espressione del centrodestra.
Su Silvio Berlusconi usa invece parole personali: «È stato il mio mito», al di là del giudizio strettamente politico.
Il presidente del Senato interviene anche sulla scelta del candidato sindaco del centrodestra a Milano. Il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi, afferma, sarebbe «un ottimo sindaco», anche se la decisione finale «spetta a Roma». La Russa non boccia comunque le altre ipotesi in campo: «Anche gli altri due nomi vanno bene, purché chi sarà scelto sia aiutato da tutti».
Più serio il passaggio sul fine vita. «Credo che una legge vada fatta», afferma il presidente del Senato. Il Parlamento, aggiunge, deve intervenire rapidamente per delimitare con precisione i casi eccezionali ed evitare che l’assenza di norme lasci senza risposta situazioni molto delicate.
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it










