Giuseppe «Fredu», 85 anni, e Maria Rosa, 78, Allisio «d’Pessi» (il loro «stranom»), non ci sono più, sono andati via quasi insieme pochi giorni l’uno dall’altra, come insieme hanno sempre vissuto. Erano fratello e sorella, una vita in simbiosi dopo la scomparsa dei genitori, gente dell’Ottocento. Il padre un uomo enorme, invalido di guerra, che Maria Rosa, donna possente abituata ai lavori della montagna, per portarlo ai piani superiori della loro casa, si caricava sulla schiena.
«Fredu» e Maria Rosa erano la memoria di oltre mezzo secolo di storia di Oncino, dal secondo dopoguerra ad oggi, conoscevano i particolari di vicende di cui quasi più nessuno ha nozione che siano accadute e per fortuna sono state in parte raccolte in un libro sulla storia di Oncino.
Parlavano il patois, la loro lingua nativa
Erano tra le ultime persone, forse davvero le ultime, a parlare il «patois» come lingua nativa, che purtroppo non usavano quasi più se non tra loro, per mancanza di interlocutori capaci di comprenderli. E noi li si cercava di compiacere con un misto d’italiano e piemontese che generava nei loro sguardi una benevola derisione. Erano inoltre tra quelle persone che non solo conoscono le loro montagne, ma che di quelle montagne sanno tutto. Sapevano dove porta ogni sentiero, sapevano sotto quale albero nascono i funghi – e mai lo avrebbero confidato -; conoscevano le proprietà di ogni prato e bosco, la posizione dei «termu», le pietre che un tempo delimitavano i confini perché era importante sapere fin dove si poteva falciare senza incappare nelle proteste del vicino.
Sono stati osservatori impotenti dello spopolamento di quel piccolo borgo montano che nella seconda metà del Novecento aveva ormai poco da offrire ai tempi moderni che stavano arrivando, se non a loro, piccoli allevatori e agricoltori usi a procurarsi quanto bastava.
Non hanno mai lasciato Oncino, accettando la progressiva solitudine a cui erano costretti dall’emigrazione in pianura degli oncinesi, mitigata da un consistente ripopolamento nella stagione estiva, almeno fino al termine degli anni ’90, anche questo progressivamente assottigliatosi, così come i ritorni brevi del fine settimana.
La loro casa, un porto sicuro
Ma per chi risaliva le curve ed i tornanti che dal ponte sul Po portano ad Oncino, la loro casa era il porto sicuro, dove tutti sostavano catturati dai saluti mentre ancora erano in strada, dove tutti si potevano fermare per le interminabili partite a pinnacola, tra accuse di truffe e di incapacità, dove si poteva cianciare a qualunque ora.
Da qualche tempo però l’età e la salute avevano consigliato ai due fratelli di scendere a svernare a Paesana, «esilio» accettato con enorme riluttanza e sempre ridotto al tempo necessario affinché si sciogliesse la neve e le strade fossero percorribili in sicurezza, per risalire e riaprire le porte alla primavera.
Ma lo scorso autunno non sapevano che la discesa a valle sarebbe stata l’ultima. Un malore invalidante colpisce Maria Rosa a fine febbraio, causandole la perdita di coscienza. La simbiosi si interrompe, un veloce precipitare delle cose, «Fredu» lascia Maria Rosa martedì scorso, lei lo raggiunge domenica, senza nemmeno sapere che l’ha già preceduta.
Oggi pomeriggio, alle 15,30, nella parrocchiale della sua Oncino l’ultimo saluto. Senza «Fredu» e Maria Rosa, il piccolo borgo non sarà più lo stesso.
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