La strategia che ridisegna il Golfo

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Le immagini delle forze governative yemenite che si arrendono, a centinaia, dei miliziani sciiti Houthi che scorrazzano a bordo di blindati e fuoristrada nuovi di zecca, bottino di guerra appena conquistato, in piedi sui pianali con il kalashnikov in mano e il pugnalone alla cintura, hanno saturato il Web per tutta la giornata di ieri. Bisogna tornare indietro di un paio d’anni, al collasso del regime di Bashar al-Assad in Siria e alla marcia fulminea dei ribelli su Damasco, per ritrovare qualcosa di simile. Una disfatta militare maturata in 72 ore. Le parti sono opposte rispetto ad allora. In Siria cadeva un baluardo dell’asse iraniano in Medio Oriente. Sul Mar Rosso, sulle coste di Bab al-Mandeb, sulle isolette che presidiano lo Stretto, è il fronte dei Pasdaran che mette a segno una vittoria strategica.

L’obiettivo immediato è strizzare ancora di più la seconda giugulare petrolifera mondiale, dopo Hormuz. Premere sui mercati, sui prezzi alla pompa, soprattutto in America, e costringere Donald Trump a trattare alle condizioni di Teheran: sblocco di 100 miliardi di asset congelati, fine del blocco navale che strangola i porti sull’Oceano indiano e le esportazioni iraniane, fine delle sanzioni anche nei confronti degli stessi Houthi. L’obiettivo strategico è invece molto più ambizioso, quasi fantascientifico, ma non nei tempi che stiamo vivendo: l’espulsione delle forze militari statunitensi dal Medio Oriente.

Andiamo per gradi. La sconfitta dei sauditi in Yemen dipende da cause strutturali e contingenti. Il Paese è stato riunificato nel 1990 ma è da sempre costituito da due componenti principali. La parte nord-occidentale, montagnosa, affacciata sul Mar Rosso, è una fortezza naturale, un piccolo Afghanistan, abitato da circa 15 milioni di abitanti, sciiti, del ramo zaidita, che per mille anni lo hanno governato in forma di imamato, un regno religioso. Alleato naturale della Repubblica islamica iraniana. Altipiani e pianure desertiche verso Est e l’Oceano indiano, fino al confine con l’Oman sono invece sunnite, di un sunnismo molto conservatore, dove per decenni hanno spadroneggiato Al-Qaeda e altri gruppi jihadisti.

Nella guerra civile scoppiata nel 2014 sono intervenuti sia i sauditi che gli emiratini. I primi hanno creato un quartiere generale a Marib, di fronte alle montagne degli Houthi, pacificato i qaedisti, arruolato gente locale, inquadrata da ufficiali sauditi, fornito mezzi, blindati, artiglieria, munizioni e soldi a gogò. I secondi si sono concentrati su Aden e la zona circostante, organizzato loro milizie alleate. Solo che la fortezza sciita era inespugnabile, e alla fine Riad e Abu Dhabi si sono fatte la guerra tra loro, con gli emiratini costretti alla ritirata totale un anno fa.

Il risultato è un fronte sunnita, più o meno filoccidentale, disgregato, demotivato, in preda a rivalità claniche interne. Dall’altra parte abbiamo un gruppo ideologico coeso, forgiato in un millennio, e che ha ricevuto il meglio della tecnologia missilistica iraniana: ordigni antinave che colpiscono fino a 1000 chilometri di distanza, razzi ad alta precisione contro le forze di terra, sistemi antiaerei in grado di abbattere decine di droni Reaper americani. La scomoda verità è che in questo momento le flotte occidentali non sono al sicuro nel Mar Rosso e non possono neppure entrare nel Golfo Persico. Il quartier generale della Quinta flotta, l’Nsa di Manama in Bahrein, è stato distrutto, lo ammettono i media americani, migliaia di militari e impiegati civili sono stati evacuati.

Secondo il Washington Post, i rapporti che arrivano sul tavolo di Hegseth al Pentagono sono di tono esattamente opposto alle sue roboanti dichiarazioni di vittoria: le munizioni, sia per la difesa che per l’attacco, sono a un livello critico, e non c’è la possibilità di “sostenere una lunga campagna militare”. Solo un esempio, nell’ultimo raid iraniano sulla base Usa in Giordania di Salti le difese hanno bruciato 100 intercettori Patriot, la produzione di due mesi. Nove caccia americani sono stati danneggiati, per la Cbs. In più la perdita della logistica imperniata in Bahrein costringe le navi di rifornimento a viaggi di 3 mila chilometri dalle isole Chagos alle acque al largo dell’Oman, con conseguenze “devastanti”.

Gli iraniani hanno pianificato per vent’anni una guerra che avrebbe comportato mesi se non anni di assedio, accumulato enormi riserve di missili e droni, posizionato 100 petroliere cariche al largo, per poter continuare a esportare verso la Cina almeno un milione di barili al giorno, fino alla fine di novembre. I soldi gli arrivano attraverso canali non sanzionabili e tornano a Pechino che in cambio fornisce prodotti di consumo e armi o componenti. Secondo l’analista Sina Toosi, Trump si comporta come “un giocatore patologico che continua a puntare alla roulette nella speranza che sia la volta buona”, mentre gli iraniani portano avanti una strategia a lungo termine, per ridisegnare l’ordine regionale, con fanatica metodicità.

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