La traduttrice dell’Odissea si scaglia di nuovo contro il kolossal di Nolan: “È un film emotivamente vuoto”

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Emily Wilson torna all’attacco dell’Odissea di Christopher Nolan. Sempre lei, l’unica donna ad aver tradotto in inglese “L’Odissea” per un’edizione uscita nel 2017, che è stata molto acclamata, ma anche criticata, ma che soprattutto è stata fonte d’ispirazione per la sceneggiatura firmata dal regista britannico. Un copione che aveva particolarmente stroncato in una precedente recensione per la London Review of Books, scrivendo: “Mi vergognerei di aver scritto anche solo una parte di questa sceneggiatura”. Stavolta la traduttrice ha firmato un editoriale su The Atlantic, definendo la pellicola “emotivamente vuota, pur visivamente spettacolare”.

Cosa ha ancora da dire Emily Wilson su “Odissea”?

Mentre Odissea continua a incassare al botteghino internazionale, attualmente è a 930 milioni di dollari, di cui 40,2 milioni di euro in Italia, il dibattito sull’adattamento cinematografico del poema omerico procede spedito, senza rinunciare a dei picchi di ferocia. Ma cosa ha scritto, di nuovo, la Wilson contro il kolossal? Uno dei punti critici, secondo lei, è la distanza tra il copione e la sua messa in scena: “La sceneggiatura insiste con enfasi sull’importanza della gentilezza umana, mentre la macchina da presa ci mostra un sistema di valori completamente diverso”. Secondo lei, l’attenzione del regista si sarebbe focalizzata maggiormente sulla spettacolarizzazione a discapito dei personaggi. Basti pensare allo stesso titolo dell’articolo, A Trojan Horse Is Supposed to Have Humans Inside It. Prendendo ad esempio proprio la sequenza dell’assedio di Troia, sostiene che la macchina da presa si sia concentrata prevalentemente sugli oggetti coinvolti nella distruzione, dagli edifici che crollavano allo stesso meccanismo dietro al funzionamento del cavallo di Troia. Nonostante la sceneggiatura dia importanza alle persone, si limiterebbe a farlo solo “a parole”.

Un altro esempio riguarda l’interpretazione riservata alla legge di Zeus. Si tratta di un concetto molto preciso, ripetuto più volte nel corso della pellicola, la xenia, ovvero quella sacra legge dell’ospitalità che Nolan riconduce a “trattare gli altri come vorresti essere trattato”. Secondo la Wilson, però, associarla al cavallo di Troia risulterebbe “fuori contesto”: “Il cavallo viene presentato come la massima violazione della legge di Zeus, in quanto comporta l’uso di un’arma di distruzione di massa camuffata da dono. Il cavallo viene presentato come la rottura della “civiltà” perché rappresenta il momento in cui il buono, Ulisse, riecheggia il comportamento del cattivo, rendendosi un ospite ingannevole e ingrato. Ma il film non spiega cosa c’entri l’ospitalità con una situazione narrativa in cui i Greci stanno assediando Troia già da dieci anni (cosa che il film di Nolan non mostra); i Troiani non sono i loro ospiti, ma i loro nemici in guerra”.

Per non parlare, infine, di un dettaglio visivo: la spiaggia, su cui compare il Cavallo, appare immacolata, come se fosse incontaminata. È paradossale, considerato che l’esercito acheo dovrebbe averla occupata almeno per un decennio. Un dettaglio che riconduce alla ricerca della perfezione estetica del regista a discapito dei fatti raccontati.

I precedenti

Nella prima stroncatura per London Review of Books, la Wilson scriveva che secondo lei nel film è presente “la solita miscela di grandiosità e superficialità tipica del regista”. Sosteneva infatti che il film “manca di profondità psicologica, emotiva, politica ed etica” e che “è privo di molti degli elementi che rendono grande il poema” in quanto “non ha nulla di convincente da dire sul tempo, sulla memoria, sulla storia, sulla guerra o sul rapporto tra il glorioso ritorno di un guerriero e la vita della sua famiglia, dei suoi avversari, dei suoi compagni d’armi, dei suoi amici e dei suoi vicini”. Sono solo alcuni degli estratti dell’intervento, che ha suscitato inevitabilmente qualche perplessità, considerato l’incremento delle vendite dell’opera della traduttrice grazie al lavoro di Nolan, come riportato da CircanaBookScan.

In difesa di Nolan

C’è chi, però, è scesa in campo contro la Wilson. Si tratta della scrittrice Joyce Carol Oates, che non ha apprezzato, soprattutto, il modo di esprimersi della traduttrice. “Il suo tono è sprezzante e altezzoso – scrive la Oates su X – Piuttosto che dissentire dalle interpretazioni di Omero in modo scolastico, questa persona, che ha tratto enormi benefici dal film di Nolan, parla con il linguaggio rozzo dei sostenitori MAGA che attacca chiunque abbia idee diverse dalle loro”. Infine, l’autrice di “Blonde” e “Fox” ha aggiunto: “Ci si aspetterebbe che una traduttrice, più di chiunque altro, essendo vincolata a un testo e al servizio di un testo, fosse almeno un pochino più riflessiva e rispettosa nei confronti di altre persone che agiscono in buona fede, proprio come (lei direbbe) fa lei”.

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