
ROMA. C’è un angolo di natura incontaminata sull’Appennino tra Lazio e Abruzzo, paradiso dei camminatori. È la riserva regionale del lago della Duchessa, famoso nella storia d’Italia per un misterioso depistaggio nel caso Moro, ma che oggi è soprattutto sinonimo di turismo green. Il lago della Duchessa è un luogo che attira decine di escursionisti e non è una camminata per nulla leggera, né per la ripida ascensione all’altopiano dove c’è lo specchio d’acqua, né per chi ha accumulato chilometri a piedi da una tappa all’altra. Per fortuna a mezza costa c’è un incantevole punto di ristoro dove dormire e mangiare, ai casali di Cartore. Per una bega burocratica, però, la comunità montana proprietaria degli immobili all’improvviso li rivuole indietro, subito, nel giro di qualche giorno, prospettando di emettere un nuovo bando di gara per trovare un nuovo gestore chissà quando. Ovviamente ne è nato un contenzioso. E il sindaco di Borgorose, Mariano Calisse, è stupefatto: si rischia di far saltare l’intera stagione con un danno non rimediabile al turismo. Dopo tanti sforzi per farsi conoscere, ora che i turisti camminatori arrivano da tutta Italia e dal resto d’Europa… Dice Calisse: «Ho scritto alla comunità montana che non è immaginabile di interrompere l’ospitalità il 2 luglio. Sarebbe un grave danno per l’intero territorio e voglio sperare che lo capiscano tutti. Se mi costringessero, gli faremo causa per danni».
L’Appennino sta rifiorendo, grazie ai percorsi nella natura. Ripartono dal basso certi minuscoli borghi in pietra altrimenti destinati all’abbandono. È l’altra faccia dello spopolamento: va via la gente, torna la natura selvatica. E i camminatori apprezzano. È così anche per Cartore e il lago della Duchessa. In quota non ci vive più nessuno neanche d’estate: l’ultimo era un pastore transumante che da Avezzano portava le pecore al pascolo secondo gli usi millenari, ma gli hanno fatto la guerra in tutti i modi e ora ci sono solo cavalli e mucche allo stato semibrado. Lupi e cinghiali nel bosco. Più due coppie di aquile nidificanti.
A mezza costa ci sono le case in sasso, un piccolo nucleo rurale risalente al XIII secolo, che nei decenni passati era stato completamente abbandonato. Il nome deriva probabilmente da Castoris, riferito a un santuario dedicato ai figli di Giove – i Dioscuri o Castori – forse identificabile con un santuario italico su un terrazzo roccioso poco distante o nello stesso abitato di Cartore. Oggi è un grumo di piccoli edifici: il blocco dove si dorme e si mangia, di proprietà della comunità montana; un eco-albergo di proprietà comunale che, seppur ristrutturato venti anni fa con fondi della Regione, ancora non riesce ad aprire; un paio di case private; una residenza religiosa semiabbandonata. «Eppure noi crediamo fortemente nella bellezza e nell’attrattività di Cartore – insiste il sindaco – tant’è che il Comune ha risistemato la strada con asfalto ecologico e ha speso soldi per completare gli allacci all’eco-albergo. Non possiamo far saltare tutto ora che la riserva ha cominciato ad essere conosciuta».
Secondo la stessa comunità montana nel febbraio scorso l’ospitalità dei casali era un fiore all’occhiello. «L’Ente – scriveva – ritiene di importante valenza strategica istituzionale proseguire il rapporto commerciale… affinché la struttura rifugi “casali di Cartore” continui a rappresentare un’eccellenza nell’ambito delle risorse paesaggistiche e ambientali di tutto il comprensorio del Salto Cicolano». Tre mesi dopo ha cambiato idea e intimava la restituzione immediata degli immobili. «Ma la stagione estiva nelle aree montane dura solo poche settimane. Interrompere ora significherebbe vanificare il lavoro di promozione e le prenotazioni già acquisite», commenta il sindaco.
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