Le relazioni sentimentali simulate piacciono ai colossi del Tech per ragioni abbastanza chiare: possono diventare un nuovo modello di business. L’annuncio di OpenAi è di un anno fa. Entro il primo trimestre 2026 l’azienda avrebbe lanciato chat erotiche e di sexting su ChatGPT. La rivisitazione moderna di una passione vecchia come il mondo ha preso piede e potrà crescere anche in Italia? Pare proprio di sì, almeno a giudicare i risultati della ricerca pubblicata dal team della Sapienza di Roma e dell’Università della Valle d’Aosta. Titolo: “Sexting with AI: emerging questions and preliminary evidence from Italy”, questioni emergenti ed evidenze preliminari dall’Italia.
Lo studio ha analizzato lo scambio di messaggi a contenuto sessuale con chatbot basati sull’intelligenza artificiale. L’obiettivo era raccogliere «le prime evidenze empiriche su questa nuova forma di interazione digitale, approfondendo le modalità di utilizzo delle piattaforme di AI e le caratteristiche psicologiche associate al fenomeno». Facciamo un passo indietro a beneficio dei meno esperti: un chatbot è un programma informatico progettato per simulare una conversazione umana tramite messaggi di testo o voce. Per sexting si intende lo scambio di messaggi di testo, note vocali, fotografie o video a contenuto sessualmente esplicito.
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Ai componenti di un campione di 378 giovani adulti italiani, tra i 18 e i 35 anni, è stato chiesto di compilare un sondaggio online, rigorosamente anonimo. Bene, l’8,7% ha confermato di aver scambiato immagini e messaggi con un partner virtuale. La ricerca è stata condotta, per la Sapienza, da Antonio Chirumbolo, professore di Psicometria, dalla dottoranda Alessandra Ragona e dalla ricercatrice Mara Morelli, e dalla docente Elena Cattelino, professoressa di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione, e dall’assegnista di ricerca Lia Ruggeri, entrambe dell’Università della Valle d’Aosta.
«Abbiamo scelto una platea piuttosto eterogenea, con un orientamento non necessariamente eterosessuale. E i risultati, intorno al 9%, ricalcano le evidenze raccolte da altri ricercatori negli Stati Uniti e in Inghilterra», dice Chirumbolo. Lo studio ha evidenziato associazioni significative tra questo comportamento e alcune caratteristiche psicologiche, in particolare la ricerca di sensazioni sessuali e l’uso problematico della pornografia online. «Riteniamo che il fenomeno non potrà che crescere: oggi i chatbot sono prevalentemente in lingua inglese, una volta perfezionati è logico pensare possa aumentare la platea degli utilizzatori».
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Un fenomeno che in ogni caso sembra interessare prevalentemente gli uomini, che oggi rappresentano il 75,8% di quanti hanno confermato di praticare sexting virtuale. «Il minore coinvolgimento femminile potrebbe riflettere differenze nelle abitudini di esplorazione sessuale online e nelle aspettative verso queste interazioni, influenzate anche dalle norme sociali di genere – spiega Cattelino -. Questa resta un’ipotesi: il nostro studio rileva una differenza, da confermare anche con campioni più numerosi, ma non permette ancora di stabilirne le cause».
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