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Lapo Elkann: “Mio nonno voleva costruire una fabbrica tra Israele e Gaza, ma il progetto fallì”

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«In un mondo segnato dall’odio, far emergere il dialogo significa avere il coraggio di battersi contro ogni estremismo». Lapo Elkann è tornato da Israele, dove ha partecipato alle commemorazioni per il decennale della scomparsa di Shimon Peres, e sceglie di affidare a La Stampa una riflessione sull’importanza di recuperare l’esempio dell’ex presidente dello Stato ebraico. Da ministro degli Esteri, Peres fu tra i protagonisti degli Accordi di Oslo del 1993, che segnarono il riconoscimento reciproco fra israeliani e palestinesi e aprirono una stagione politica che oggi sembra appartenere al passato remoto.

Scomparso il 28 settembre 2016 a 93 anni, Peres ha attraversato l’intera storia di Israele: fu tra i più stretti collaboratori di David Ben Gurion, due volte primo ministro, più volte ministro e infine capo dello Stato dal 2007 al 2014. Nel 1994 ricevette il Nobel per la pace insieme a Rabin e Arafat e, dopo l’assassinio di Rabin nel novembre 1995, continuò a sostenere la necessità di un’intesa con i palestinesi anche quando il consenso attorno al processo di pace andava sgretolandosi. Il Centro Peres per la pace e l’innovazione, a Giaffa, ne custodisce l’eredità. Dieci anni dopo la sua scomparsa, in un Medio Oriente ancora ferito dalla guerra seguita al 7 ottobre 2023, il suo nome resta legato all’idea che anche i nemici più irriducibili possano sedersi allo stesso tavolo. Ed è proprio da qui che Elkann, nipote di Gianni Agnelli e testimone fin da piccolo dei rapporti fra il nonno e i protagonisti di quella stagione, sceglie di partire.

Cosa significa, oggi, riflettere sull’esempio di Peres?
«Significa comprendere la necessità di ritrovare una luce comune, mettere in pratica la propria intelligenza emotiva anziché l’ego che porta al potere. Per scongiurare l’odio dell’uno verso l’altro. L’odio è un motore potente quanto l’amore, ma l’amore sta perdendo perché l’odio viene fomentato dall’uso errato dei mezzi di comunicazione».

A cosa fa riferimento?
«A quanto abbiamo sotto gli occhi: vi sono media come Al Jazeera che fomentano odio, mentre altri, come Al Arabiya, si impegnano a fare informazione. I social network, da TikTok a Instagram e X, sono solo degli strumenti: se fomentano odio, l’estremismo cresce. Quanto succede in giro per il mondo ci dice che l’odio vince, perché molte piattaforme vivono di pubblicità e rendere visibile l’estremismo è loro congeniale, fa loro comodo».

Come si inverte questa tendenza, se le piattaforme hanno interesse ad alimentarla?
«In un mondo che va in una direzione sempre più estrema, con il dialogo e il rispetto per l’altro si riescono a ottenere risultati solo a patto di abbassare i toni. Quando invece si grida e l’ego domina, ogni contenuto può essere travisato».

Cosa l’ha colpita di più della commemorazione di Peres a Tel Aviv?
«La riaffermazione del fatto che solo in presenza di due vincitori il conflitto potrà essere contenuto e, in ultima istanza, sconfitto. Se da un qualsiasi accordo solo una parte esce vincente, l’odio tornerà a emergere. E questo vale non solo per il Medio Oriente o per il conflitto Russia-Ucraina, ma ovunque. Disinformazione e manipolazione aiutano a fomentare l’odio, e dunque raggiungere accordi validi per entrambe le parti diventa più difficile».

Cercare un accordo fra le parti è anche un test di leadership. A Oslo, su entrambi i fronti, ci furono leader disposti a rischiare…
«Al tempo di Shimon Peres c’erano leader che si imponevano. Yasser Arafat, che piacesse o meno, era un leader. Peres, in quanto leader, voleva sempre garantire la sicurezza di Israele ma al tempo stesso trovare una formula di convivenza con i palestinesi. Quando ero bambino vedevo le foto di mio nonno, Gianni Agnelli, con Peres e Arafat. L’intelligenza di mio nonno stava nel voler costruire una fabbrica al confine fra Israele e la Striscia di Gaza: si videro e ne parlarono, tutti e tre, a Cernobbio e poi a Roma. Il progetto voleva creare lavoro e sviluppo per rafforzare il percorso di coesistenza. Allora fallì, schiacciato da violenze e attentati. Ma in quel tentativo forse c’è un esempio di convergenza a cui rifarsi».

È stato l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 a spazzare via ciò che restava dello spirito degli Accordi di Oslo, dopo anni di stallo?
«Ciò che allontana la composizione del conflitto è la morsa degli estremismi opposti. Sono nato il 7 ottobre, mi sono sposato il 7 ottobre, e per me dunque il 7 ottobre rappresenta gioia e dolore. Ma non c’è alternativa: bisogna diluire la rabbia, ascoltando e cercando senza sosta interlocutori sul fronte opposto impegnati nella coesistenza. Parlando da ebreo, non mi piacciono gli estremisti sui fronti opposti. Gli estremisti, ebrei o musulmani, non aiutano a trovare soluzioni. Chiunque porti visioni intolleranti genera rabbia. Fino a quando non prevarrà la decisione di estirpare la rabbia, dentro entrambi i campi, non ci potrà essere riconciliazione».

È andato a vedere le testimonianze del pogrom compiuto da Hamas nei kibbutz e al festival Nova?
«Ho voluto vedere i contenuti del 7 ottobre, come sgozzavano i bambini: sono immagini che mi hanno fatto stare fisicamente male, e sono sicuro che dall’altra parte vi sono altri contenuti che generano emozioni simili. La realtà dei fatti è che viviamo in un’era in cui la verità viene raccontata per ferire il prossimo, non per comprendere i fatti per come sono avvenuti».

Sul web l’estremismo corre più veloce dei fatti e raggiunge soprattutto i più giovani. Come spiegare a un ragazzo l’importanza di rigettarlo?
«Il cervello e i muscoli lavorano ogni giorno: la scelta è se svilupparli a fin di bene o a fin di male. Chi usa l’Ai ha accesso facile alla conoscenza, ma rischia di cadere nella trappola della pigrizia. Il mondo digitale ha clusterizzato gli esseri umani con un mare di sigle che ci allontanano, rendendo il mondo più finto e meno genuino. Conosco molte, diverse, personalità che hanno una conoscenza diretta dei fatti. Proprio per questo faccio fatica a comprendere esponenti del mondo dello spettacolo o dello sport che parlano ogni giorno di Israele e Palestina ma, anziché calmare, fomentano gli animi. Chi ha la possibilità di comunicare non deve urlare, ma parlare».

Shimon Peres osava immaginare la pace anche quando tutto il resto, attorno, sembrava suggerire il contrario…
«Uomini come lui, o come Henry Kissinger, che ho conosciuto molto bene, perché lavorai per lui a New York, oggi non ce ne sono. L’ego e il potere prevalgono un po’ ovunque, impedendo l’affermazione di leader capaci di osare per risolvere problemi, crisi e guerre. E questo spiega anche perché nella discussione pubblica vi sono temi che mancano».

A quali temi si riferisce?
«Non c’è dubbio che in Europa il tema dell’immigrazione e integrazione non sia stato gestito. In Nigeria nell’ultimo anno sono stati uccisi centinaia di migliaia di cristiani, ma non ne parla nessuno. In Israele convivono ebrei, cristiani e musulmani, ma non lo dice nessuno. Hamas, Boko Haram e altri estremisti usano i bambini durante le guerre, succede in Medio Oriente, in Africa e nel Sud-Est asiatico, ma non se ne discute. L’assenza di temi cruciali nella conversazione pubblica è un frutto dell’odio. È l’estremismo che annebbia le menti e fa prevalere una narrazione dei conflitti basata su posizioni estreme».

C’è una scelta concreta che i singoli cittadini possono compiere per tentare di cambiare la dinamica degli opposti estremismi?
«Aiutare il prossimo. Di gente che soffre per i motivi più diversi, nel mondo, ce n’è tantissima. Chi è buono è più a rischio di essere ferito. Per questo bisogna portare al centro della vita l’aiuto all’altro. Per trovare una soluzione servono almeno due persone volenterose. Non bastano solo gli israeliani, non bastano solo i palestinesi: servono entrambi».

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