L’attrazione fatale tra Turchia e Iran e la lezione di Avicenna

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Mentre Avicenna concludeva la sua parabola con il celebre aforisma “la luce più intensa è quella che dura di meno”, da Isfahan, la vera capitale del declinante califfato abbaside, si irradiava una nuova dinastia, i turchi selgiuchidi. In breve, avrebbero riunificato tutte le terre islamiche dall’Uzbekistan, dove lo stesso Avicenna era nato, il Pakistan, l’Iran, fino all’Anatolia, la Siria. Il califfo, discendente dalla famiglia del profeta, rimaneva con il suo potere simbolico a Baghdad. Ma alla corte selgiuchide, come in una specie di New York medievale e musulmana, arrivavano mercanti, sapienti e avventurieri da tutto il mondo, si parlava arabo per la religione, persiano per gli affari di Stato e la poesia, il turco era la lingua dell’esercito. Finché non arrivarono le orde mongole a spazzare via tutto.

L’eredità è però rimasta. L’inno pachistano è intriso di espressioni poetiche dell’antico persiano. Cinquanta milioni di cittadini governati da Islamabad sono sciiti, spesso di lingua iranica, che guardano a Teheran, Qom, Najaf come punti di riferimento religioso. Un iraniano può viaggiare a Kabul o fino in Tagikistan, parlare la sua lingua ed essere capito. I legami politici, militari, economici tra la Turchia e il Pakistan sono sempre più stretti ed espliciti. Hanno cominciato a sviluppare in comune caccia di nuova generazione. Quelli turco-iraniani più sottotraccia. Ankara importa petrolio e gas a volontà. Il presidente Recep Tayyip Erdogan durante quest’ultima guerra ha inveito contro Israele e chiamato gli iraniani “nostri fratelli con cui viviamo in pace dal 1639”. Il collega iraniano Pezeshkian, di origini turco-azere, l’ha ringraziato e definito “fratello” a sua volta.

Finora, l’unica vera ristrutturazione del Medio Oriente ottenuta nel conflitto esploso il 28 febbraio è questo riavvicinamento nel mondo islamico turco-persiano che va da Istanbul a Islamabad. Lunedì scorso, in una specie di lapsus, la presidente della commissione europea Ursula von der Leyen, ha detto al giornale tedesco Die Zeit che “bisogna completare l’integrazione europea in modo da non essere sottoposti all’influenza russa, cinese o turca”. La Turchia resta candidata all’ingresso nella Ue, parte della Nato, il 7 maggio il vertice dell’Alleanza si terrà ad Ankara. Ma l’attrazione verso l’Asia occidentale, come a Teheran si chiama il Medio Oriente, è sempre più forte.

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