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L’Austerity che non c’è

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Questa settimana il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen ha lanciato alcuni “suggerimenti” ai fin qui ricchi e prosperi ventisette membri dell’Unione: ridurre i consumi elettrici nelle ore di punta, spegnere il riscaldamento all’aperto in bar e ristoranti, limitare le temperature negli edifici pubblici, spegnere l’illuminazione all’aperto dove non necessario. Non siamo lontani a ciò che accadde dopo l’inizio della guerra Ucraina, il momento nel quale l’Europa e l’Italia decisero di dire no al gas russo.

Nell’inverno del 2022 l’allora ministro della sicurezza energetica Roberto Cingolani si limitò a raccomandare la riduzione di un grado e di un’ora al giorno dei riscaldamenti domestici, l’accorciamento di due settimane del periodo di accensione. Il successore a quel ministero, Gilberto Pichetto Fratin, per ora fa spallucce: “Il problema sono i prezzi, non le quantità”. Possiamo essere certi di potercela cavare così nel pieno della più grave crisi energetica dal 1973?

In un articolo scritto nei giorni scorsi sul giornale, ho ricordato cosa accadde quell’inverno, cosa c’era scritto nei decreti Rumor e cosa fu necessario per superare l’aumento dei prezzi del petrolio causati dalla guerra dello Yom Kippur. Chi allora era bambino e viveva in città avrà ricordo dello scenario surreale e romantico delle domeniche a piedi, simile a quello che dopo di allora si è ripetuto solo a causa della più grande pandemia del secolo, il Covid 19.

Nel 1973 non c’erano i pannelli solari, le pale eoliche, le caldaie a pompa di calore un’invenzione di là da venire. Le finestre erano sottili, gli impianti di riscaldamento centralizzati, chi viveva la campagna come un mestiere aveva l’abitudine di scaldarsi con la legna perché il gas nelle case nemmeno ci arrivava. E però lo scenario oggi è tale da imporre una riflessione: dobbiamo aspettare improbabili misure coercitive per ridurre i nostri consumi di energia o è il momento di prendere sul serio esperti come Davide Tabarelli, che da mesi invocano un cambio anche culturale di paradigma?

Giorgia Meloni, con la testa all’imminente (o quasi) campagna elettorale, sta tentando di attenuare il costo della crisi agli italiani – ancora la maggioranza – che ai combustibili fossili non possono rinunciare. E però la dicotomia fra prezzi e quantità citata da Pichetto non può durare all’infinito. La fine del conflitto fra americani e iraniani per il controllo di Hormuz non è vicina.

La Commissione europea si sta mostrando preoccupata all’ipotesi che Donald Trump imponga il divieto di esportazione di gasolio dagli Stati Uniti. Se accadesse, per l’intero continente sarebbe un disastro. La quota di importazioni di diesel dagli Stati Uniti verso l’Unione sta aumentando esponenzialmente: dal 21 per cento del 2025 al 45 tra aprile e maggio, ad agosto di quest’anno ha superato il 50 per cento. Ad agosto l’Europa ha importato dagli Stati Uniti più di mezzo milione di barili di diesel al giorno. Il prezzo di quel barile sui mercati internazionali oggi costa circa il doppio di uno di petrolio grezzo.

Tralasciamo qui le considerazioni su una politica estera – quella di Trump – ormai totalmente slegata da quella del vecchio alleato europeo. Vale per le armi e l’Ucraina, vale per la geopolitica dell’energia. Come sempre l’Europa rischia di fare la parte del vaso di coccio: ha rinunciato al gas russo, sta pagando pegno alla campagna ucraina di bombardamento delle raffinerie russe, la crisi di Hormuz sta concretizzando la dipendenza dagli Stati Uniti. Negli ultimi cinque anni l’Italia ha trovato alternative al gas russo in Algeria, Azerbaigian, nei Paesi del Golfo, ma anche in questo caso siamo finiti per dover invocare l’aiuto a stelle e strisce dopo i bombardamenti iraniani alle infrastrutture qatarine di Ras Laffan, uno dei più grandi terminali mondiali di gas liquido, e per noi strategico.

A differenza di altri Paesi – è il caso della Germania, al 57 per cento – l’Italia ha le scorte strategiche di gas alte – sono all’86 per cento – e il governo insiste nel sottolinearlo. E però quelle dell’Europa a ventisette sono al 70 per cento. Persino il nostro livello di scorte è il più basso dall’inizio della crisi ucraina. Se un giorno di quest’inverno, magari più rigido di altri, uno dei partner subisse una crisi di approvvigionamenti, saremmo tenuti alla solidarietà europea. E poi c’è l’immagine poco rassicurante di molti distributori Eni rimasti a secco nel primo giorno dopo l’introduzione del tetto al prezzo del diesel. Insomma, per tornare da dove siamo partiti: se alla fine l’austerity diventasse un problema sia di prezzi che di quantità, siamo pronti ad affrontarla?

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