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Le mappe d Molinari, dove sta andando il potere

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La Cina compra petrolio, ma vende al mondo gli strumenti per consumarne meno. Una democrazia può conservare intatti confini ed esercito, ma perdere la capacità di difendersi se viene minata la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Una grande potenza può dominare i mari senza riuscire a garantire la libertà di navigazione. Per comprendere questi fenomeni, una sola mappa non basta. Occorre sovrapporre energia e tecnologia, sicurezza e informazione, economia e geopolitica.

È l’intuizione che Maurizio Molinari sviluppa in Le mappe per capire il potere. I dieci scenari interconnessi del nostro mondo (Rizzoli, 2026), un’opera di grande maturità e ambizione, che unisce profondità strategica e chiarezza esemplare. Dati ed esperienza sostengono un ragionamento serrato: il potere cambia forma e per riconoscerlo bisogna cambiare il modo di guardarlo.

Le dieci mappe diventano così un metodo. Nessuna, isolatamente, basta a spiegare una realtà nella quale geopolitica, armi, energia, rotte commerciali, tecnologia, potere finanziario, risorse critiche, influenza digitale, demografia e confronto fra democrazie e autocrazie si condizionano reciprocamente. Sovrapporle fa emergere dipendenze, vulnerabilità e leve di potere che una lettura separata lascerebbe invisibili. Il libro rende leggibile la complessità senza semplificarla.

È così che si comprende la “coopetizione”, brillante neologismo che sintetizza le contraddizioni dell’epoca. Stati Uniti e Cina si contendono il primato senza poter rinunciare agli scambi che li legano. Negoziano sui dazi mentre competono sulle tecnologie strategiche. L’interdipendenza alza il costo dello scontro e redistribuisce il potere verso chi ne dipende meno o sa trasformare la dipendenza altrui in leva. Ma indebolire il rivale può compromettere anche la propria forza: è la contraddizione che la diplomazia deve governare.

La distinzione fra “Stati petroliferi” e “Stati elettrici” ne mostra un’altra. Alcuni Paesi difendono l’influenza acquisita con gli idrocarburi; altri cercano di conquistarla attraverso l’elettrificazione. Trump usa l’abbondanza di petrolio e gas come leva strategica, mentre Pechino riduce l’esposizione delle importazioni a passaggi vulnerabili come Malacca. Il potere energetico dipende dal controllo delle risorse, delle tecnologie che le trasformano e delle reti che le distribuiscono. Un giacimento non basta se altri controllano la lavorazione. L’intelligenza artificiale aggiunge un vincolo: il primato nella potenza di calcolo richiede elettricità. Il futuro digitale va anche alimentato.

Le dipendenze acquistano così una geografia concreta. Hormuz concentra forniture vitali per le economie mondiali; l’Artico apre un nuovo Grande Gioco per rotte, risorse e presenza militare. Nel Mar Rosso gli attacchi impongono costi a livello globale. Una guerra modifica una rotta, il rincaro dei trasporti incide sulla produzione e sulle scelte dei governi. Controllare i flussi significa condizionare ciò che altri producono, consumano e finanziano. Non occorre controllare stabilmente una rotta: può bastare interromperla, minacciarla o renderla troppo costosa.

Cambia anche il calcolo delle imprese. Produrre dove costa meno conviene finché le catene del valore reggono. Ma l’efficienza deve ormai misurarsi con resilienza e rischio di dipendenza. Pax Silica traduce l’affidabilità delle filiere tecnologiche in rapporti strategici. Semiconduttori, intelligenza artificiale e calcolo quantistico orientano investimenti e alleanze. La sicurezza entra nei conti delle imprese; le imprese entrano nei calcoli della sicurezza.

Anche la “democratizzazione” della guerra modifica il rapporto fra risorse e risultati. Droni economici possono distruggere mezzi costosi; attacchi informatici paralizzare servizi essenziali. Danneggiare può costare molto meno che proteggere. La finanza mostra un’asimmetria diversa: il dollaro consente agli Stati Uniti pressioni che la sola superiorità militare non spiega. Contestare il primato americano non significa disporre di un sostituto. Lo yuan incontra i limiti dei controlli sui capitali, l’euro quelli della frammentazione politica europea. Valute digitali e nuovi pagamenti cambiano gli strumenti, non il problema della fiducia.

Il potere non dipende solo da ciò che uno Stato possiede, ma da ciò che riesce a trasformare in forza. Vale per la geopolitica dell’acqua, per il grano e per le terre rare. Ancora di più per la demografia, che diventa geopolitica. L’Africa cresce, Europa e Cina invecchiano, l’India segue una traiettoria diversa. Ma i numeri diventano potenza solo se si trasformano in istruzione, lavoro, tecnologia, capacità produttiva, coesione politica.

In questo quadro diventa cruciale il controllo delle percezioni. La “dominanza cognitiva” può indebolire una società senza occuparne il territorio, orientare opinioni, aggravare fratture interne e paralizzare le decisioni. L’intelligenza artificiale rende questa pressione più rapida e pervasiva. Per questo, ci dice Molinari, la “resilienza cognitiva” diventa parte della sicurezza nazionale. Non basta proteggere confini, reti e infrastrutture, ma occorre preservare la capacità di una società di distinguere, decidere e reagire. Le gerarchie di domani dipenderanno sempre meno dal semplice possesso di risorse e sempre più dalla capacità di convertirle in forza economica, tecnologica, politica e sociale.

L’ultima mappa, democrazie e autocrazie, dà al libro un vero valore aggiunto politico. La “recessione democratica” si alimenta di pressioni esterne e fallimenti interni. Molinari mette a confronto fermezza e prudenza: dissuadere gli avversari, scegliere le battaglie, mantenere possibilità di cooperazione. La tecnologia può rafforzare il controllo autoritario; la ricchezza non garantisce consenso democratico. La competizione investe la capacità di governare, oltre a quella di armarsi. Difendere la libertà richiede forza, ma anche capacità di correggere gli errori e offrire risultati ai cittadini. L’opera riconduce queste esigenze a una stessa strategia. In breve, è un capolavoro di analisi e una bussola per comprendere il XXI secolo. Le mappe di Molinari, infatti, non mostrano soltanto dove si trova il potere. Rivelano dove si sta spostando.

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