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Le nomine ai vertici e il viaggio in Perù, Prevost prova a rassicurare la Chiesa

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«Affronta la malattia come una questione da sistemare», dice chi assiste Leone nella quotidianità. L’inatteso pit stop che tiene in mondo con il fiato sospeso non scalfisce lo stile metodico, pacato e determinato dell’agostiniano Robert Prevost, anzi ne rafforza il senso dell’istituzione. Annuncia personalmente ricovero e operazione scegliendo le parole con cura. Il termine neutro «nodulo» mitiga la percezione di un pontificato che d’ora in poi rischia di essere depotenziato.

Il tono colloquiale, familiare viene rafforzato dalla conferma del viaggio di novembre in Sud America. C’è un domani già programmato dopo la convalescenza. Tanto più che oggi le tecniche chirurgiche mininvasive consentono di ridurre i tempi di degenza. Intanto Leone ha sistemato l’orchestra che dirige. Venerdì ha nominato il decano del sacro collegio (il cardinale Luis Tagle) e il vicario vaticano (l’arcivescovo Vittorio Viola): due ruoli-chiave che restano in funzione anche con la sede vacante e che erano tutt’altro che scontate. Decisiva la cifra che distingue Prevost.

Fino a tempi recenti, infatti, la salute del vescovo di Roma è stata materia riservata, custodita negli appartamenti pontifici e affidata a una cerchia ristretta di medici e diretti collaboratori. Le diagnosi venivano spesso taciute e le informazioni sulle condizioni del Papa diffuse con cautela soprattutto quando la malattia poteva comprometterne la capacità di governo: fino alle dimissioni ipotizzate da molti e concretizzate da Benedetto XIV. La salute del Pontefice, quindi, non è mai stata soltanto una questione privata.

Le sue condizioni fisiche possono incidere sull’attività diplomatica della Santa Sede, sulle udienze, sui viaggi apostolici e sulla gestione quotidiana della Chiesa. Nei momenti più delicati si pone anche un problema istituzionale: fino a che punto un Pontefice debilitato può continuare a esercitare il proprio ministero e quali informazioni è opportuno rendere pubbliche? Un interrogativo spinoso che ha attraversato le epoche.

«Il Papa che mette letteralmente in piazza una cosa intima, privata e che attiene alla sua fisicità è un Papa che insegna non solo quelle cose che ci si attende abitualmente da un Papa ma molte altre sul senso della vita e sul modo di stare al mondo – osserva il canonista don Filippo Di Giacomo-. Ciò che ha fatto Leone XIV all’Angelus supera un certo clericalismo che porta a negare la propria corporeità e fa risuonare come reale e compiute le parole di San Paolo: «è quando sono più debole che sono più forte».

Fino al Concilio Vaticano II la fisicità di un Papa veniva negata persino nell’indossare gli abiti pontificali con uno strato di tavolette intorno alla vita per impedire che i tre paramenti sacri che gli venivano messi addosso toccassero le sue parti intime. Poi Paolo VI infranse il tabù e sessant’anni fa si presentò vestito come un qualunque vescovo».

Aggiunge don Di Giacomo: «Poi la corporeità di Giovanni Paolo II fu profanata dall’attentatore Alì Agca che gli rubò la salute e Francesco insegnò nella malattia ad essere anziano tra gli anziani. L’annuncio a sorpresa di Leone rientra in questo recupero della fisicità. Affronta ciò che la vita presenta come fatto imponderabile così come accoglie la grazia di essere papa. Due settimane fa quando Prevost si è inginocchiato nella Grotta di Lourdes lo ha fatto da malato e si è incamminato con la candela in mano come gli altri fragili lì in preghiera per chiedere la guarigione. La grandezza del cattolicesimo: con una processione rende grandi i piccoli e piccoli i grandi».

Il Papa è ora atteso da giornate di esami clinici. «I noduli polmonari benigni non vengono operati, ma tenuti sotto controllo. Se, invece, si decide di intervenire chirurgicamente, è probabile che si tratti di una lesione che necessita di essere asportata – puntualizza il professor Claudio Micheletto, primario di Pneumologia a Verona -. Se il Pontefice ha annunciato che sarà sottoposto a un intervento è comunque una notizia positiva. Solo una piccola percentuale dei tumori polmonari può essere operata, perché spesso la diagnosi arriva quando la malattia è già in fase avanzata».

Tra gli eventi in forse la partecipazione ad Assisi, il 27 ottobre, al convegno interreligioso di Sant’Egidio sulla pace a 40 anni dallo storico incontro voluto da Wojtyla. Gli occhi, però, sono tutti puntati sul viaggio in Sudamerica, dal 6 al 17 novembre, che vedrà Prevost in Uruguay, Argentina, e soprattutto nel suo Perù, dove è stato missionario e vescovo per vent’anni.

A confermare il viaggio è stato lo stesso Leone XIV ieri all’Angelus, in un passaggio precedente all’annuncio del suo intervento. Salutando i peruviani a Piazza San Pietro, arrivati in processione per il «Senor de los milagros», Leone ha detto: «Grazie per la vostra preghiera per la visita pastorale che compirò», il verbo usato da Prevost senza formule dubitative, «in Perù». Ha scelto personalmente di anticipare l’intervento così da essere in piena salute per il ritorno nella sua seconda patria.

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