L’educazione affettiva e quegli inutili paletti

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Il “consenso informato” per l’educazione affettiva a scuola è legge: tradotto, significa che nelle scuole medie e nelle superiori si possono trattare i temi della sessualità solo se i genitori hanno ricevuto il materiale didattico utilizzato per i progetti e hanno quindi sottoscritto il “consenso preventivo informato”. Per paradosso, gli studenti maggiorenni devono firmare una dichiarazione analoga, cioè autorizzare sé stessi a frequentare le specifiche lezioni. Per la scuola dell’infanzia e per le elementari, invece, le attività sui temi della sessualità sono escluse. La “ratio” del provvedimento è tutta identitaria: prevenire la propaganda gender, dimostrare che chi oggi governa sa distinguere bene “maschio” da “femmina”. Poco importa se quegli stessi ragazzi (bambini delle elementari compresi) possono accedere a tutti i siti pornografici più avvilenti, crescere con una visione distorta e malata della sessualità. Ciò che conta, è fissare per legge “i paletti” ai docenti, impedire chissà quali forme di proselitismo Lgbt.

Questa legge non mi stupisce: da quattro anni, in tutti i settori, vengono introdotti provvedimenti che servono a gonfiare il dibattito di muscolarità verbale lasciando inalterati i problemi. Anche in questo caso non cambierà nulla, come nulla cambierà con le “Nuove indicazioni nazionali per i Licei”, dove al carattere fortemente identitario delle premesse non corrispondono variazioni incidenti nei programmi. Per riformare la scuola è necessario avere una visione di insieme. Giovanni Gentile, oltre cent’anni fa, aveva in mente una scuola autoritaria e classista funzionale alla formazione e selezione dei futuri dirigenti: un’impostazione oggi inaccettabile, figlia di un tempo passato, ma va riconosciuto che l’impostazione gentiliana era organica. Le riforme di questi anni (e non solo quelle di Valditara) nascono invece senza filosofia e senza progetto e servono solo a rimarcare brandelli di identità ideologica. Si pensa davvero che “il materiale didattico utilizzato” o la “scheda di presentazione del progetto” siano qualificanti? Che non siano solo l’ennesima burocratizzazione dell’attività didattica? E che abbiamo lo scopo di scoraggiare le iniziative, piuttosto che di organizzarle?

I provvedimenti senza esiti, che fanno parlare i giornali e le associazioni di categoria per qualche giorno, non sono però innocui, perché contribuiscono a delegittimare il mondo della scuola. Il “consenso preventivo informato” significa dire “non mi fido dell’istituzione e dei suoi docenti”, “non ho fiducia nella vostra professionalità”, “la didattica non è solo competenza vostra”. È un messaggio positivo? È utile per il mondo della formazione? O non è invece un ennesimo discredito, che mina la solidità della scuola stessa?

Sono convinto che l’educazione alla sessualità e all’affettività siano temi imprescindibili in un percorso di crescita, soprattutto nell’età adolescenziale: ma vanno affrontati rafforzando l’offerta formativa, non moltiplicando le prescrizioni. Anni fa, in un liceo della provincia torinese, è stato istituito lo “sportello ginecologico”: una ginecologa dell’ospedale cittadino andava nell’istituto due ore al sabato mattina per colloqui individuali. E i giovani le “chiedevano” ciò che non avrebbero osato domandare in aula, dai dubbi più riposti (“Ma dopo la prima volta, dall’esterno, si vede? ”), alle informazioni sui contraccettivi. Mi sembra un’esperienza significativa, che dovrebbe essere estesa. Così come dovrebbero essere moltiplicati gli sportelli di ascolto, con psicologi al servizio degli studenti, anche e soprattutto per affrontare i temi dell’affettività. In questo campo alla scuola servono personale e strumenti per progetti individualizzati, non normative per compilare qualche scheda in più e per archiviare i “consensi preventivi” delle famiglie.

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