Alle 14,22 arriva finalmente il messaggio. «È vivo». Non è il gruppo WhatsApp di un’escursione in alta montagna. Non è una chat di protezione civile. È il gruppo dei genitori di una quinta superiore durante il giorno della prima prova dell’esame di maturità. Da ore si susseguono aggiornamenti, ipotesi, rassicurazioni e battute. Qualcuno chiede se i ragazzi abbiano già finito. Qualcun altro prova a ricostruire gli orari. C’è chi scherza per stemperare la tensione e chi ammette apertamente la propria preoccupazione. «Nessun contatto». «Non pervenuta». «Bisognerebbe sapere a che ora hanno cominciato». «Elena mi ha scritto ma non chiama. .. devo preoccuparmi?». Per qualche ora, mentre centinaia di migliaia di studenti sono chiusi nelle aule ad affrontare la prima prova scritta, fuori dalle scuole si svolge un altro rito collettivo. Silenzioso, digitale e in larga misura invisibile. È la maturità dei genitori.
reportage
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RICCARDO BESSONE, FRANCESCO MORELLI
Per anni abbiamo raccontato l’esame di Stato come un passaggio individuale. Il banco, il foglio protocollo, l’ansia della traccia, la commissione, il colloquio. Eppure, l’esame continua a essere un rito profondamente collettivo. Non soltanto per i ragazzi. Anche per le famiglie. La differenza è che oggi questa esperienza si svolge in uno spazio nuovo: le chat WhatsApp. I gruppi dei genitori nascono per coordinare una gita, una raccolta fondi, una riunione scolastica. Ma con il tempo diventano qualcos’altro. Piccole comunità di mutuo soccorso dove si condividono informazioni, dubbi, preoccupazioni e talvolta pezzi di vita quotidiana. Durante la maturità queste comunità temporanee raggiungono la loro massima intensità. Mentre gli studenti scrivono, fuori dall’aula prende forma una sorta di sala operativa informale. Si raccolgono notizie, si interpretano silenzi, si costruiscono scenari. L’ironia svolge una funzione importante. Aiuta a gestire l’incertezza. Quando qualcuno scrive che il figlio ha scelto una traccia e ci ha «messo dentro Pascoli, Leopardi, l’alienazione e un po’ di tutto», gli altri ridono. Ma quella battuta contiene anche qualcosa di più serio: la consapevolezza che l’esame non riguarda soltanto la prestazione scolastica, ma una fase della vita che si sta chiudendo. In fondo, molti di quei genitori ricordano ancora la propria maturità. Ricordano le paure, le aspettative, la sensazione di trovarsi davanti a una soglia importante. Oggi osservano i propri figli attraversare la stessa frontiera. Con una differenza. Le generazioni precedenti vivevano quell’attesa in modo più solitario.
Oggi la tecnologia permette di condividerla quasi in tempo reale. L’ansia diventa collettiva. Anche la rassicurazione. Poi arriva il colpo di scena. Dopo ore di messaggi e supposizioni, uno dei ragazzi scrive: «Avevo finito da due ore, ma ho aspettato Nicola». I genitori sono increduli. Per tutto quel tempo avevano immaginato prove interminabili, difficoltà impreviste, ritardi misteriosi. La spiegazione è molto più semplice. Un amico stava ancora scrivendo. Forse è questa la scena che racconta meglio la maturità del 2026. Da una parte gli adulti che monitorano l’attesa attraverso una rete digitale fatta di messaggi, notifiche e aggiornamenti continui. Dall’altra ragazzi che, almeno per qualche ora, dimenticano il telefono e scelgono di aspettarsi. In un’epoca che descriviamo spesso come dominata dall’individualismo, il gesto più significativo della giornata non è stato scegliere una traccia. È stato aspettare un amico. E forse ogni rito di passaggio continua a funzionare proprio per questo. Perché non segna soltanto una conquista di autonomia. Ricorda anche che nessuna frontiera importante viene attraversata davvero da soli.
*Sociologo, insegna presso l’Università Cattolica di Milano e l’Istituto universitario salesiano Torino Rebaudengo
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