L’esperta: “Ora il rischio è che le sorelle di Beatrice si sentano in colpa”

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Silvana Quadrino, torinese, è specialista in psicologia clinica dell’età evolutiva e in psicoterapia della famiglia. Ha fondato l’Istituto Change, scuola di formazione alla comunicazione per professionisti della salute, del diritto e del sociale. Prima di rispondere, mette in chiaro: «Diffidate di chi dice sicuramente nello sviluppo del bambino succede questo. Il cervello è duttile, ogni situazione è unica e la verità – come ci insegna Carofiglio – è qualcosa di molto sfuggente anche nelle inchieste giudiziarie».

Dottoressa Quadrino, le due sorelle di Beatrice avrebbero vissuto per mesi sole, anche di notte. Cosa può aver significato per loro?
«I bambini tendono a cercare con tutte le loro forze di sopravvivere. Avranno trovato un loro modo di reggere la situazione, ma non sappiamo quale. Non sappiamo che relazione si sia stabilita fra loro, se una abbia assunto un ruolo accuditivo verso l’altra, quali fantasie abbiano sviluppato nei confronti degli adulti. L’elemento certamente traumatico è aver sperimentato una relazione in cui non ci si può fidare di chi dovrebbe prendersi cura di te. La relazione andrà esplorata con estrema cautela, senza dare per scontato di capire».

Risulta che le bambine avessero concordato con la madre e con il suo compagno una versione falsa. Come si legge, psicologicamente?
«Con molta prudenza. Abbiamo a che fare con una fase di vita in cui i bambini non possono non assecondare gli adulti. Quello che mi preoccupa è l’inchiesta. Ogni domanda che mira ad appurare la verità con bambine così piccole rischia di violare quell’equilibrio fragile che si sono costruite per sopravvivere. Mi auguro che siano state ascoltate fin dall’inizio da persone davvero competenti».

Perché gli interrogatori sui bambini sono così delicati?
«Perché in quella fase di vita predomina il pensiero magico: mette sullo stesso piano fatti, ricordi, domande e paure. Le nostre domande cercano qualcosa che il bambino non è in grado di raccontare: una verità oggettiva. Ci sono esempi storici dolorosi, come un intero villaggio del Belgio finito sotto processo sulla base di dichiarazioni infantili che nascevano da domande inadeguate all’età e alle capacità di risposta di quei bambini. Serve una preparazione specifica, e purtroppo ai professionisti ne arriva pochissima».

Come si accompagna un bambino in un lutto così stratificato?
«Non c’è una risposta univoca. Ognuna delle due ha il suo percorso, le sue fantasie, anche di colpa. Un bravo terapeuta parte dall’ascolto, non dall’indagine. Molto di quello che hanno vissuto non sarà mai detto, o emergerà solo da grandi. Il lavoro è ricostruire l’equilibrio possibile, individuale e della loro relazione».

Rischiano di sentirsi in colpa per aver parlato?
«Sì, ma non solo per questo. Il senso di colpa può riguardare anche il non essere state loro le vittime delle violenze più estreme. Bisogna muoversi in quel mondo ferito con la stessa attenzione con cui si tocca una persona profondamente ustionata: senza invadere, capendo momento per momento che cosa le aiuta» .

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