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Libri digitali a metà pezzo, rivolta di editori e rivenditori

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«Venticinque euro il libro di carta, 12,50 in digitale. Ma per stampare 200-300 pagine servono altri 16-20 euro e il conto supera il cartaceo». È il paradosso al centro della rivolta di editori e librai contro l’articolo 105 della legge di Bilancio, con cui il Governo Meloni prova ad arginare il caro libri. Se la norma resterà, dal prossimo anno gli editori saranno obbligati a offrire i testi per scuola e università in digitale stampabile, a metà prezzo. Per la filiera è un colpo che rischia di essere fatale: «Una norma inutile e dannosa», attacca il presidente Aie Innocenzo Cipolletta -. Reca un grave danno all’intera filiera, senza portare vantaggi reali alle famiglie». L’Associazione italiana editori ne chiede l’abolizione.

Come funziona

Ogni testo dovrà avere una versione digitale scontata del 50%, stampabile in copia unica. È vincolante: il comma 2-septies esclude dalle adozioni di scuole e atenei i libri che non la prevedono e affida la verifica agli istituti. Servirà un decreto dei ministeri di Istruzione e Università entro sessanta giorni dal via della manovra: fisserà protocolli di sicurezza, copia unica, informativa precontrattuale e ristampa in caso di errori, salvaguardando l’autonomia degli atenei. «Siamo sbalorditi – commenta Cipolletta -. Non è mai stato avviato un confronto. È una norma che danneggia editori, librai e autori, costruita in totale spregio della categoria degli editori educativi e accademici e del diritto d’autore, della giusta remunerazione dovuta al lavoro intellettuale di chi scrive, illustra, impagina, aggiorna ed edita questi testi, il cui valore e i cui costi di sviluppo, lo ribadiamo anche se dovrebbe essere chiaro, non sono certo solo quelli della carta su cui sono stampati».

I numeri dell’editoria scolastica e universitaria

L’editoria scolastica vale 773 milioni (-2,2% nel 2025), l’universitaria 140,8 (oltre -7%) e ne perde 165 per la pirateria, più del mercato legale. I marchi dell’editoria scolastica sono 150, 2.400 gli addetti delle case editrici e 10mila lavorano nella filiera. Sono 22.826 i titoli disponibili: per pubblicare ciascun libro serve un tempo che varia da un anno e mezzo fino a 6 anni. Gli editori presenti nelle università italiane sono 964, 4.500 gli addetti, 21mila i titoli italiani cui si aggiungono 8mila volumi stranieri. Il 58% degli studenti studia su sintesi fatte con l’IA rileva un’indagine Ipsos-Doxa per AIE, 2026. «Il tema non riguarda soltanto l’editoria scolastica e universitaria come settori industriali, che ovviamente abbiamo a cuore, ma investe il Paese e la qualità della formazione delle nuove generazioni – sottolinea il presidente Cipolletta -. Le evidenze ci dicono che il libro resta centrale nei processi di apprendimento: il digitale può integrarlo e arricchirlo, ma non può semplicemente sostituirlo. La norma rischia invece di spingere nella direzione opposta». «C’è poi un secondo aspetto, altrettanto rilevante – aggiunge – la tutela del diritto d’autore. Indebolirne la percezione significa indebolire il valore stesso dei contenuti, della conoscenza e del lavoro necessario a produrli. Con questa norma il rischio, forte ed evidente, è andare nella direzione di legittimare la pirateria».

L’appello dei librai

Con gli editori si schierano Confcommercio e Confesercenti. «Il Governo ci ascolti: il caro scuola è un problema reale, ma va affrontato con strumenti efficaci”, chiede Paolo Ambrosini, presidente di Ali Confcommercio, rappresenta 12.000 operatori e più di 4.400 punti vendita. Rilancia la detrazione del 19% sull’acquisto dei libri, «non solo per quelli scolastici». Per Antonio Terzi, presidente del Sil Confesercenti, «è difficile comprendere la logica di un intervento di questa portata”, che “interviene per legge sugli equilibri economici e distributivi di un intero comparto, già alle prese con grandi difficoltà, senza prevedere risorse aggiuntive per il sostegno alle famiglie». E avverte: «Librerie e cartolibrerie potrebbero uscirne decimate e trasformate, di fatto, in semplici copisterie. Il tutto senza garantire un reale risparmio alle famiglie». «Se l’obiettivo è realmente contrastare il caro scuola, la soluzione non è scaricarne il costo sugli operatori del settore», conclude Andrea Cangini, direttore dell’Osservatorio Carta, Penna & Digitale della Fondazione Einaudi. La partita ora si gioca nell’esame parlamentare della manovra. Più ancora del merito, a pesare è il metodo. La richiesta, prima ancora dell’abolizione, è di essere ascoltati.

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