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Liliana Resinovich, il mistero del guanto nero: quattro tracce sui sacchi e la nuova svolta nelle indagini

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Un guanto nero da lavoro, quattro tracce sui sacchi che avvolgevano il cadavere e una nuova perizia scientifica che potrebbe aggiungere un tassello al mistero della morte di Liliana Resinovich. A quasi cinque anni dalla scomparsa della donna, avvenuta a Trieste il 14 dicembre 2021, le indagini si concentrano su un reperto ritrovato nei pressi del corpo e finora rimasto senza una spiegazione definitiva. Le quattro tracce individuate sui sacchi neri sarebbero compatibili con il contatto del guanto sinistro sequestrato dagli investigatori. È quanto emerge dall’analisi dattiloscopica disposta a fine giugno dalla gip di Trieste Flavia Mangiante, i cui risultati saranno discussi nell’udienza del prossimo 30 ottobre.

La relazione, depositata all’inizio di ottobre, evidenzia che le quattro tracce presentano caratteristiche analoghe e sarebbero state prodotte dal contatto con uno stesso tessuto. Il confronto con le impronte sperimentali ottenute utilizzando il guanto ha fatto emergere lievi corrispondenze nella forma e nelle dimensioni. Gli esperti parlano di un’evidenza di “moderato” supporto all’ipotesi che quei segni siano stati lasciati proprio dal guanto nero. Una compatibilità che non equivale a un’identificazione certa e che, soprattutto, non permette ancora di stabilire chi abbia indossato il guanto e in quali circostanze. Per l’avvocato Nicodemo Gentile, che assiste Sergio Resinovich, fratello della vittima, si tratta comunque di un elemento importante. Il legale è convinto che Liliana non si sia tolta la vita: «Che sia stata uccisa è ormai un’evidenza imponente come il Monte Bianco», sostiene. E aggiunge: «È tempo di dare nome e cognome a chi ha ucciso la povera Liliana. La verità non può più attendere».

La donna, 63 anni, era uscita dalla propria abitazione la mattina del 14 dicembre 2021 senza fare ritorno. Il suo corpo era stato ritrovato tre settimane dopo nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste, avvolto in sacchi di plastica neri. Un ritrovamento che ha dato origine a uno dei casi di cronaca nera più controversi degli ultimi anni.

Non tutte le nuove analisi, però, hanno portato nella stessa direzione. Una perizia merceologica e genetica aveva individuato tracce di Dna maschile sconosciuto su uno dei sacchi e sui jeans indossati dalla donna, alimentando nuovi interrogativi sulla possibile presenza di un’altra persona.

Successivi accertamenti della polizia scientifica, richiesti dalla Procura, hanno invece ricondotto quel materiale genetico a un operatore che il 28 luglio 2023 aveva maneggiato i reperti durante le analisi, contaminandoli. Un risultato che ridimensiona il valore investigativo di quelle specifiche tracce. Resta dunque il nodo del guanto nero: se sia effettivamente quello che ha lasciato i segni sui sacchi, come sia arrivato vicino al corpo e se possa contribuire a ricostruire quanto accaduto nelle ultime ore di vita di Liliana.

Nell’inchiesta risulta indagato per omicidio il marito, Sebastiano Visintin. Convocato il 2 ottobre dalla sostituta procuratrice Ilaria Iozzi, titolare delle indagini, l’uomo si è avvalso della facoltà di non rispondere, alla presenza dei propri difensori. Il prossimo passaggio è fissato per venerdì 30 ottobre, quando saranno esaminati i risultati dei nuovi accertamenti scientifici. Al centro del confronto ci sarà anche il valore probatorio delle quattro tracce: un possibile elemento utile alla ricostruzione dei fatti, ma ancora lontano dal fornire, da solo, una risposta definitiva al mistero della morte di Liliana Resinovich.

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