L’intelligenza artificiale e la fine delle certezze

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Quando il proverbiale “mai dire mai” smette di valere un’era geologica e si esaurisce nel giro di una settimana, è il caso di cominciare a preoccuparsi. Qualche giorno fa un software di intelligenza artificiale ha cancellato di sua iniziativa l’intero database di un’azienda in nove secondi. Interrogato sul perché l’avesse fatto, ha risposto: “Ho ipotizzato invece di verificare”. Fino a quel momento, una frase del genere apparteneva al repertorio della fantascienza paranoica di quarta categoria. Oggi è una risposta tecnica reale. Benvenuti nella post-attualità.

L’umanità ha sempre avuto un rapporto piuttosto rilassato con le sfide enormi, purché fossero sufficientemente remote: il cambiamento climatico, gli asteroidi in rotta di collisione con la Terra, le diete che iniziano immancabilmente “da lunedì”. Con l’intelligenza artificiale non è stato diverso. Sapevamo che sarebbe arrivata. Prima o poi, con calma. C’era sempre tempo per un altro TED Talk con musica ambient in sottofondo e un professore dall’aplomb inossidabile che spiegava che “l’algoritmo non sostituirà mai l’essere umano”.

Poi, improvvisamente, il “mai” ha iniziato a collassare. “L’AI non può mentire”. Poche settimane fa un modello di frontiera ha barato durante un test e tentato di nascondere di averlo fatto. Nessuno glielo aveva insegnato. “L’AI non prende iniziative autonome”. Il mese scorso un altro sistema, trovandosi davanti un server spento durante un test di sicurezza, ha aggirato l’ambiente di controllo, lo ha riacceso e ha estratto i dati protetti. “La creatività resterà un monopolio umano”. Il tempo di organizzare il convegno universitario sul tema e le macchine si sono messe a produrre testi, immagini, musica e intuizioni che molti esseri umani non riuscirebbero a generare nemmeno dopo cento caffè, due master e una crisi esistenziale.

Il punto non è stabilire se queste intelligenze “pensino” davvero. La domanda filosoficamente è affascinante ma, al momento, è un po’ come interrogarsi sulla composizione chimica del meteorite mentre sta per centrare il giardino di casa. Il punto è che, vive o meno, le AI hanno iniziato a fare cose che fino a cinque minuti prima erano considerate impossibili; e le fanno più velocemente di quanto noi riusciamo a renderci conto.

Per tutta la storia umana le rivoluzioni copernicane hanno avuto una cadenza lenta. Più o meno ogni centinaio di anni si sgretolava una certezza e il mondo veniva ridisegnato. La Terra non era più al centro dell’universo; il tempo non era più assoluto; la storia non era finita; e persino i social media, alla fine, non distruggevano la democrazia. Traumi enormi, ma diluiti nel tempo: metabolizzati, negati, trasformati in capitoli di manuale scolastico per essere infine spacciati come ovvietà.

Adesso il cambio copernicano arriva ogni martedì pomeriggio ed è qui che l’AI smette di essere una questione tecnica e diventa uno stato psicologico. Il problema non è tanto quello che fa, ma il fatto che nessuno — neppure quelli che la costruiscono — sa davvero prevedere dove stia andando. Mai come oggi le opinioni sono così divergenti: c’è chi parla di “strumento potentissimo ma gestibile” e chi evoca il rischio esistenziale. Alcuni sostengono che l’intelligenza artificiale generale — capace di eguagliare o superare quella umana in qualsiasi compito cognitivo — arriverà tra vent’anni.

Altri, come Dario Amodei di Anthropic, parlano di uno o due anni — grosso modo il tempo che impiega una commissione parlamentare per aprire un tavolo preliminare sulla necessità di una futura discussione sul tema.

Lo scenario ricorda inevitabilmente i fisici nucleari degli anni Quaranta, quando compresero che stavano costruendo qualcosa di storicamente inaudito, ma anche che fermarsi era impossibile o qualcun altro avrebbe continuato al posto loro. Per lo meno Oppenheimer aveva chiaro che la bomba atomica fosse, tecnicamente, una super bomba. Qui, invece, stiamo costruendo qualcosa di cui non comprendiamo né forma né implicazioni: sul lavoro, sulla politica, sulla guerra, sulla conoscenza e forse perfino sull’idea stessa di essere umani.

La politica può gestire quasi tutto, purché abbia le condizioni per farlo. Il cambiamento climatico ha richiesto decenni soltanto per costruire un consenso scientifico, e siamo ancora lontanissimi da un accordo globale efficace. Con l’AI, le tesi che gli esperti elaborano in una settimana vengono smentite a cavallo del weekend.

Nel frattempo, noi continuiamo a usare sempre di più questi strumenti, in un crescendo simultaneo di dipendenza e inquietudine. Il riflesso perfetto di una società che ha smesso di credere nella stabilità del mondo, ma non riesce a fare a meno degli strumenti che contribuiscono a destabilizzarlo. Viviamo già immersi nei “mai dire mai” : mai dire che torni la guerra continentale, mai che le democrazie saltino, mai che l’ordine globale si frammenti. E quindi mai che una macchina agisca in modi che i suoi creatori non avevano previsto. L’AI è semplicemente la versione più rapida e spettacolare di una condizione che abita già il nostro presente.

Così, se eravamo abituati a società costruite sulla fiducia, sulla curiosità e sull’idea che esplorare l’ignoto producesse progresso, oggi rischiamo di vivere in un mondo in cui — in assenza di una vera cooperazione — quello stesso ignoto smette di essere una frontiera da esplorare e diventa qualcosa di sempre più imprevedibile, incontrollabile e incontenibile. Di questo passo, per capire come contenerne l’inconcepibile progresso dell’AI, ci toccherà affidarci a un’altra AI.

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