L’ispirazione perduta e i suoi paradossi. Inseguirla ci rende soltanto più infelici

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Francesco De Gregori dice di aver perso l’ispirazione. È una frase chiarissima e una locuzione molto nota che però, ad analizzarla, possiede un senso antifrastico. Per definizione si perde qualcosa che si è posseduto, e si possiede ciò di cui si ha il controllo, o perlomeno la contezza. L’ispirazione, invece, è la più insondabile delle percezioni umane. Un afflato, un’entità lontanissima dal poter essere sorvegliata, sottratta com’è a qualunque forma di razionalità o di governo. Come si perde, allora, qualcosa che non possiamo mai dire di possedere?

La fuggevolezza dell’ispirazione è ciò che la rende ambigua, ovvero attraente e però anche spaventosa, soprattutto oggi. Nell’era in cui l’ansia da controllo è tratto dominante, l’idea di non avere alcuna padronanza sull’estro creativo, di non poterlo piegare a strumenti rassicuranti come la tecnica, l’impegno, il denaro ci destabilizza. Allora emerge una verità insospettabile: in qualunque modo l’ispirazione ci tocchi, può avere il dono paradossale di renderci più infelici che soddisfatti. Chi si sente ispirato vive spesso nel terrore di uscire dallo stato di grazia, poiché sa che è del tutto transitorio, casuale, frutto di coincidenze combinate in maniera imperscrutabile. Chi non è più ispirato, inevitabilmente, rimpiange quel momento, teme sia irripetibile e ciò rende il ricordo ancora più nitido e acuminato. De Gregori, che è saggio, dice che non ne fa un dramma. Forse perché nessuno come lui conosce il senso ineffabile dell’ispirazione, o forse perché ha sempre ben presente la terza possibilità, la più frequente e la più crudele: c’è anche chi ispirato non lo è stato mai, o non lo è stato abbastanza, o non nel modo giusto.

La natura incomprensibile dell’ispirazione e, più ampiamente, del talento (che dell’ispirazione è in un certo senso padre e presupposto) è il tema che regge uno dei capolavori di Miloš Forman, “Amadeus”. Il film, come sappiamo, parte dalla rivalità (più leggendaria che reale) fra Mozart e Salieri per condurre a una riflessione sul senso del talento, sulla distribuzione insensata della grazia, sulla furiosa angoscia di chi ne è ingiustamente escluso. Il livore di Salieri verso Mozart non riguarda semplicisticamente l’invidia, bensì un sentimento più sottile e distruttivo: Salieri ha abbastanza talento da capire di non averne abbastanza. Vive la condanna di vedere con chiarezza la statura di Mozart e la consapevolezza di non potere, in nessun modo, eguagliarla. Di più: comprende che l’ispirazione divina di Mozart è del tutto immeritata. Quel dono straordinario è stato dato a un uomo volgare, infantile, completamente inadatto a possederlo. “Questo era Mozart”, osserva sprezzante, incredulo Salieri (un gigantesco F. Murray Abraham). “Questa ridacchiante oscena creatura che avevo scoperto a rotolarsi sul pavimento”. Per poi porsi la domanda universale: “Perché Dio avrebbe scelto un fanciullo osceno quale suo strumento?” La distribuzione del talento, dell’ispirazione, è un errore di Dio, e questo ci conduce a un tema dibattuto e attuale: non sopportiamo l’idea che un artista eccezionale possa essere al contempo una persona abietta, immorale, mediocre. Crediamo ostinatamente che il talento sia una forma di virtù assoluta, e che debba arrivare a chi ne è moralmente degno, perché possa onorarlo con la sua vita. Si tratta di un’eredità romantica e di una convinzione autoprotettiva: ci convinciamo che se il talento arriva ai buoni, allora chi s’impegna a essere migliore può logicamente sperare di esserne visitato. In un mondo giusto e logico le cose dovrebbero andare così, certo. Invece il genio non è un premio ma un caso, giunge senza alcun criterio né ragione visibile. La separazione fra opera e autore a molti risulta inconcepibile perché non si rassegnano all’evidenza che niente è meno meritocratico del talento. Alla fine del film, mentre Mozart sta morendo, Salieri diventa l’unico che può raccoglierne la musica, perché è l’unico che la capisce abbastanza da trascriverla. L’ispirazione più limpida della sua vita è questa: il tentativo impossibile di mettere raziocinio in un elemento che ne è naturalmente privo.

C’è, infine, un’altra via attraverso cui l’ispirazione può creare scontentezza, ed è la linea sottile del senso di colpa per non averla sfruttata abbastanza. Questa accezione emerge bene dalla parabola evangelica dei talenti, uno dei testi fondativi della cultura occidentale — e non è un caso che la parola “talento” sia passata dalla moneta alla capacità umana anche attraverso questa storia. Il Vangelo di Matteo narra che un signore in partenza per un viaggio affida i suoi beni ai servi, secondo le loro capacità: cinque talenti a uno, due a un altro, uno al terzo. I primi due li raddoppiano, lavorando e rischiando. Il terzo, invece, va a sotterrare il suo talento, per paura di perderlo, per prudenza, forse per modestia mal indirizzata. Quando il padrone torna, i primi due vengono lodati e premiati, mentre il terzo viene condannato e gli è tolto anche quel poco che aveva. La parabola viene letta sempre dal punto di vista morale: il servo pigro ha torto, poiché non ha avuto il coraggio di sfruttare le possibilità che aveva. Se la si osserva da un altro punto di vista, però, la storia è perturbante. Il padrone, che è Dio, distribuisce in maniera diseguale i propri doni in un’asimmetria imperscrutabile però pretende da tutti uguale impegno e risultato. Chi ha ricevuto pochissimo non ha attenuanti perché, pure se il dono è diverso, la responsabilità è la stessa per tutti. E, come ogni responsabilità, genera ansia e quella particolare paura del fallimento che ha a che fare con la consapevolezza di avere sprecato qualcosa di irripetibile.

Le parole sagge e inevitabili di De Gregori, allora, smuovono un tema universale: l’ispirazione geniale (il sogno di tutti) è materia anche difficile e dolorosa, come in genere ogni forma di fortuna e bellezza che sappiamo destinata a finire, o come le cose preziose che temiamo di non saper cogliere, trattenere in noi stessi, far brillare.

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