Conosco Drew Westen da quasi trent’anni. Ci unisce la passione per lo studio delle personalità, la ricerca scientifica, la democrazia. È professore emerito di Psichiatria e Psicologia alla Emory University di Atlanta, Usa. I suoi lavori clinico-diagnostici sulla personalità, scritti con Jonathan Shedler, sono pubblicati da Raffaello Cortina; il suo volume La mente politica. Il ruolo delle emozioni nel destino di una nazione è pubblicato dal Saggiatore. Obama lo ha voluto tra i consulenti per la campagna presidenziale 2007-2008. Recentemente ha fondato l’American Message Foundation, con l’obiettivo di aiutare i leader progressisti alle prese con l’estrema destra a comunicare più efficacemente. Ovvio che le idee contano, dice, ma solo quando collegate alle emozioni e ai valori che ci spingono a votare (o non votare). Alcuni esempi: nessuno dovrebbe essere costretto a svolgere due o tre lavori solo per riuscire a mantenere la famiglia; tutti dovrebbero avere accesso a un’assistenza sanitaria di qualità; il passaggio dai combustibili inquinanti a fonti energetiche pulite è determinante; mai smettere di lottare contro i pregiudizi. In questi giorni è in Italia per un ciclo di conferenze, ospite della rivista Psicoterapia e Scienze Umane che festeggia i suoi 60 anni. Sarà a Bologna domani, alle 15, al Convento di San Domenico (Psicopatologia della politica quotidiana: Trump, i suoi apostoli e il destino dell’ordine mondiale). Poi a Milano lunedì 25 maggio, alle 21, al Centro Brera in via Formentini 10 (Dal cervello alle elezioni: tre princìpi per una comunicazione politica efficace), in dialogo con Lia Quartapelle e me. Infine, a Roma martedì 26, alle 17, alla Fondazione Demo diretta da Gianni Cuperlo nella sede del Pd al Nazareno, in dialogo con Giovanna Melandri e ancora il sottoscritto, più vari esponenti dem a partire da Elly Schlein che ha voluto la sua presenza.
Nel 2004 ha condotto un esperimento di “neuroimaging” che è ancora il fondamento del suo lavoro in Psicologia politica.
«Abbiamo sottoposto elettori fortemente schierati a compiti di ragionamento che avrebbero dovuto condurli a conclusioni negative sui loro candidati. La nostra ipotesi era che i circuiti cognitivi superiori non si sarebbero accesi e al loro posto si sarebbero attivati circuiti neurali legati a emozioni negative e alla loro soppressione. L’ipotesi fu confermata. Ma abbiamo ottenuto un risultato in più: una volta che i militanti di partito erano giunti a conclusioni false, ma emotivamente soddisfacenti, ricevevano una scarica di dopamina come ricompensa. In sostanza, il cervello li premiava per aver mentito a sé stessi. Uscivano dall’esperimento con un’opinione ancora migliore del loro candidato».
E cosa avete imparato?
«Tre cose. Prima: il cervello politico è un cervello emotivo. Per convincere gli elettori, i leader politici devono saper intrecciare fatti e pensieri politici con storie che attivano valori ed emozioni, parlando di ciò che più conta per le persone, le famiglie, le comunità. Seconda: il cervello non è una macchina calcolatrice come molti pensano; le nostre decisioni regolano simultaneamente più emozioni. Terza: Freud aveva ragione; non solo prendiamo la maggior parte delle decisioni inconsciamente, ma ci difendiamo inconsciamente anche da pensieri e sentimenti che non vogliamo avere».
Pensa che l’incantesimo Trump si sia spezzato?
«Purtroppo no. Ora è molto impopolare negli Usa, ma lui e i repubblicani stanno abbattendo ogni norma, ignorando le leggi quando fa comodo e lavorando sodo per manipolare le prossime elezioni di metà mandato. Trump ha riempito il sistema giudiziario di fedelissimi e licenziato illegalmente centinaia di migliaia di funzionari pubblici sostituendoli con persone sue. Ha blindato la Corte Suprema con una maggioranza inamovibile di giudici giovani che gli sopravvivranno di mezzo secolo. Sta cedendo informazioni sensibili a potenze mediorientali e probabilmente alla Cina, magari in vista della costruzione di un casinò Trump nella capitale o dell’acquisto di un miliardo di dollari in criptovalute dalla sua nuova società. Ha distrutto le nostre alleanze, come in Europa sapete bene. Forse l’incantesimo che si è spezzato è quello dei leader di estrema destra europei: hanno visto che non possono più contare sugli Usa. Se i partiti di sinistra europei hanno buon senso, dovranno continuare a ricordare che i leader di estrema destra hanno sempre inneggiato a Trump».
Cosa racconterà al pubblico italiano?
«Che i conservatori sanno parlare alle emozioni e ai valori delle persone. Negli Stati Uniti i loro think tank sono anche feel tank e fuel tank: insegnano ai loro politici come far sentire alla gente ciò che prova. Ciò che la destra estrema sa fare è canalizzare insoddisfazione e risentimento in rabbia e disprezzo. Si può convincere la gente mentendo bene o dicendo bene la verità. I politici progressisti di solito dicono male la verità».
“The Political Brain” è stato pubblicato nel 2007. In questi vent’anni, cosa pensi sia cambiato di più?
«La cosa che mi ha più sorpreso è che i politici di sinistra continuano a fare gli stessi errori che descrivevo vent’anni fa. Detto questo, i cambiamenti in assoluto più vistosi sono la polarizzazione politica, il “tribalismo” culturale e il ritorno di un bigottismo esplicito e intollerante».
Come spieghi il successo della destra dura in Europa?
«È un insieme complesso di fattori. In Europa come negli Usa, credo che molto abbia avuto inizio con i grandi cambiamenti di valori consolidati, per esempio i nuovi modelli familiari e di genere o il crollo delle “gerarchie razziali”. Cambiamenti enormi e veloci su temi tradizionali e radicati. La destra estrema ha capitalizzato lo sconcerto e la preoccupazione; la sinistra ha mostrato una meravigliosa apertura all’espansione delle libertà umane, ma ha etichettato ogni forma di ambivalenza al cambiamento come arretratezza».
Un’intervista breve inevitabilmente semplifica. L’ambizione comunicativa di Westen sembra quella di non rinunciare alla complessità, ma di raccontarla in modi coinvolgenti, pieni di storie e di spunti pratici, non troppo intellettuali o distanzianti. Per usare una sua espressione, «dire la verità bene» e non dimenticare che il cervello degli elettori è emotivo. Giusto, ma gli chiederò anche se non teme che parlando troppo al cervello emotivo si corre il rischio di perdere fiducia in quello razionale.
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