Sono passati vent’anni dall’omicidio di Lukasz Korbzeniecki, ventiduenne di origine polacca, ammazzato a colpi di pistola durante un agguato in via Garibaldi, a Trecate, il 16 giugno 2006, mentre rincasava.Per quel delitto Domenico «Mimmo» Cutrì, 44 anni, all’epoca gestore di un bar nella seconda città del Novarese assieme a un socio, sta scontando una condanna a 26 anni di reclusione, cui si aggiungono altri due anni per la rocambolesca evasione del 3 febbraio 2014 dal tribunale di Gallarate, organizzata da un gruppo di conoscenti, fra cui il fratello Nino che perse la vita in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine.
Una difficile indagine
Il successivo grave stato di salute, una depressione legata alla perdita del famigliare, ha permesso a Cutrì di richiedere l’incompatibilità col regime carcerario: è quindi dalla comunità Exodus di Lonato del Garda che ha scritto il libro «I mali», una storia di cambiamento e di un amore familiare intenso. Cutrì ripercorre la sua vicenda umana e giudiziaria, a partire proprio dall’assassinio del povero Lukacs, vent’anni fa. Un caso complicato. Inizialmente l’assassino aveva negato di essere stato a Trecate la sera in cui era stato ammazzato il giovane magazziniere. Anzi, aveva detto di aver trascorso la notte in compagnia di una ragazza. L’alibi, verificato dai carabinieri di Novara, si era rivelato falso.
Ascoltato nel 2014 dal pm di Busto Arsizio che indagava sul tentativo di evasione, aveva invece ammesso. Richiama la confessione nel suo libro, in cui fa riferimento a una decisione di farsi giustizia da solo, forse per un apprezzamento di troppo rivolto dalla vittima alla sua fidanzata.
È la sera del 16 giugno. Mimmo insegue Lukacs in auto per le strade di Trecate. Quando lo raggiunge, gli spara: esplode cinque colpi all’inguine, lo vuole così castrare. Lo dice lo sesso Cutrì nel suo volume: «Non volevo ucciderlo, ma evitare che usasse di nuovo il suo organo». Poi, quando capisce che le forze dell’ordine stanno chiudendo il cerchio, decide di darsi alla latitanza, scegliendo una vita da fuggitivo in compagnia del fratello Antonino, detto Nino. Una vita costosa, finanziata dalle attività legate ai giri dello spaccio di droga, fatta di travestimenti, sotterfugi e fughe in Spagna, cose che oggi nel suo scritto l’ex latitante condanna e rinnega.

Rinnega l’educazione dei clan
Rinnega soprattutto l’«educazione calabrese» impartitagli da giovane: «Una mentalità forte, ma che adesso reputo discutibile. Un indottrinamento i cui lati negativi si riescono a comprendere soltanto con l’età. Prima ero un criminale, oggi sono cambiato, sono un uomo diverso».
Viene catturato il 9 luglio 2009 e rinchiuso a San Vittore: condannato all’ergastolo in primo e secondo grado, tenta anche l’evasione, messa in atto a Gallarate. Scrive Cutrì: «Era il 3 febbraio 2014 quando arrivammo al tribunale e cominciai a salire la scalinata d’ingresso. Vidi Nino e Luca (uno degli altri complici della banda, ndr) di fianco, vicini all’entrata, e capii che qualcosa non quadrava: improvvisamente mio fratello tirò fuori una 9×21 e la puntò in testa a Luca, dicendo agli agenti di lasciarmi andare o gli avrebbe sparato. Fui attraversato da un’immediata scarica di adrenalina e sentii una vampata di spray al peperoncino: mio fratello lo stava spruzzando in direzione degli agenti. Li strattonai per liberarmi e diedi una spallata a quello sulla mia sinistra, per poi correre senza una direzione precisa, mentre esplosero spari alle mie spalle». Il piano fallisce e il fratello rimane ucciso da uno dei 32 proiettili esplosi durante il conflitto a fuoco tra la banda Cutrì e gli agenti di scorta. Nel 2015 la riduzione della pena a 26 anni.
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it





