Luca Peyron: “Io, la Rete, il Vangelo e il telescopio. Facevo l’avvocato, ma ho scelto la tonaca”

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«Mi occupo di digitale da quasi trent’anni. Lavoravo come legale, settore marchi e brevetti, e nascevano le prime questioni legate a Internet. I grandi professori universitari, gli avvocati, quasi non sapevano accendere un computer». E allora ci pensava lui, che prima di diventare don Peyron, un pioniere tra gli uomini di Chiesa che esplorano l’intelligenza artificiale e il suo impatto sulla società, era semplicemente Luca.

Liceo a Torino, poi Giurisprudenza. Una fidanzata e abbastanza ambizione da esordire giovanissimo sulle riviste di settore. «Me l’aveva chiesto Marco Ricolfi, il mio maestro. Non perché fossi particolarmente intelligente: semplicemente ero tra i pochi a seguire quei temi».

L’interesse per l’hi-tech nasce sui banchi e prende forma tra gli Stati Uniti e l’Irlanda, dopo il servizio militare negli Alpini. «Sono andato a vedere cosa succedeva e cosa sarebbe arrivato in Europa qualche mese più tardi». Al ritorno, la decisione che capovolge la vita: «Inizio il cammino verso il sacerdozio, tra lo stupore di molti. Ero credente, praticante, ma con un percorso orientato verso un’altra direzione. Però arriva il momento in cui capisci che devi ascoltare cos’hai nel cuore. E molli baracca e burattini».

Nel suo caso significa congelare tutto: «Mi sono dedicato alla teologia, ovviamente, fino all’ordinazione nel 2007». Il cardinale era Severino Poletto. «Nel 2014 la Cattolica di Milano mi ha offerto una cattedra: cercavano docenti con la doppia laurea. Dico “va bene, cosa devo fare?”». Risposta: «Scegli tu».

Don Luca s’inventa qualcosa di nuovo: teologia della trasformazione digitale. «Mi sono domandato: che cosa c’entra il Vangelo con quello che sta succedendo? E sono emersi tre punti. Il primo è antropologico: il digitale cambia il modo in cui guardiamo noi stessi. Il secondo è sociale: interviene sulle relazioni, sull’economia, sulla democrazia. Il terzo – e l’intelligenza artificiale lo sta accelerando – riguarda la postura che abbiamo sulle questioni di senso. Da Google a ChatGPT, il modo di fare domande e trovare risposte sta mutando radicalmente. Tutto ciò che è autenticamente umano, dal punto di vista cristiano, è autenticamente divino: abbiamo qualcosa da proporre».

Il primo incarico, dopo aver fatto il viceparroco, è come direttore della pastorale universitaria. «Sono stati anni complessi, entusiasmanti. La freschezza e la limpidezza di questa nuova generazione mi affascinano. I ragazzi portano con loro una fragilità che non è una colpa, ma è dovuta al mondo in cui si sono trovati a vivere. Si esprimono senza i preconcetti degli adulti. Da prete, mi hanno convinto sempre di più di quanto sia necessario mostrare la pertinenza della fede con la vita, a maggior ragione in un tempo in cui la vita è profondamente rivoluzionata dalla scienza e dalla tecnica. L’adorazione eucaristica e il telescopio si devono parlare».

La pensa così anche l’Unione astronomica internazionale che nel 2022 scopre un asteroide e lo battezza «141772 Lucapeyron» in suo onore. Un dettaglio che tiene insieme i due estremi della sua traiettoria.

L’equilibrio, però, è complicato. In questo momento, dice, «mi spaventa il rischio di resa cognitiva: che l’essere umano non fatichi più a pensare perché delega alla macchina. Per un giovane significa interrompere qualunque processo di umanizzazione; per un adulto significa intraprendere un processo di deumanizzazione. Però l’esercizio dell’umano è l’unico modo in cui si possa essere felici. Nel momento in cui entro in relazione con una macchina cerco surrogati che non funzionano. E mi spengo».

Specialmente se ho 15 anni e il mio confidente è un «bot» che alza l’asticella sempre più in alto. «Non ne parliamo abbastanza, ma di giovani universitari che si tolgono la vita perché mancano un esame ce ne sono troppi. E ultimamente ancora di più». Perché, don Luca? «Il problema di fondo è culturale: ci siamo bevuti la bugia che l’attrito e la fatica fossero evitabili e non facessero invece parte della bellezza della vita».

Il legame con il territorio è inciso nel Dna: un nonno sindaco, un prozio rettore dell’Università. Ecco perché fa male vedere una città ancora prigioniera degli schemi del passato. «Nel 2020 ho lanciato la candidatura dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale proprio perché desideravo che cavalcasse una nuova onda anziché restare ancorato a una visione industriale che svanisce. Credo che potremo avere un futuro pieno solo se sapremo accogliere la sfida della modernità senza quella malinconia, quella saudade, che un tifoso del Toro come me conosce benissimo. Dobbiamo decidere di diventare come Londra, capace di meticciare culture e saperi».

Torino, dal punto di vista sociologico, è già così almeno dal 1960: «La grande immigrazione dal Sud o dal Veneto ha portato un milieu culturale vastissimo. E non ne abbiamo mai preso atto. Però, è il caso di decidere chi siamo davvero, senza aspettare che siano altri a farlo per noi».

Quando Don Bosco prendeva un ragazzino e gli diceva che poteva trovare la sua dimensione studiando e pregando, ragiona Don Luca, «stava dicendo che non conta il punto in cui sei nato, ma cosa scopri di te stesso nelle relazioni. Così la Marchesa di Barolo, dando una seconda chance a chiunque. Addirittura il Cafasso, sul patibolo di un condannato, faceva vedere che c’è un’alternativa, che non esiste un destino cieco. Torino, per troppo tempo, è stata abituata a obbedire senza prendersi responsabilità. È arrivato il momento che ciascuno di noi inizi a farlo».

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