«Napoleone era un uomo che conteneva tutto: l’avventura, le vittorie, le sconfitte, la caduta, l’esilio e il ritorno. È una figura piena di contraddizioni, mi ha divertito usarne l’immagine quasi come un costume da indossare»: rieccolo Lucio Corsicon la nuova canzone Napoleone Buonanotte, scritta e prodotta con il sodale Tommaso Ottomano e l’aiuto dell’onnipresente Francis Delacroix. «Il pezzo è una specie di glam rock decadente- dice Lucio -: farà parte di un album ancora in gestazione. Ogni disco ha una storia diversa. Il Bestiario Musicale lo scrissi in due settimane. Altre volte il percorso è più lungo. Mi piacciono i dischi brevi, essenziali, magari con solo nove canzoni. Quelle in bilico preferisco lasciarle fuori».
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Dopo l’esplosione di popolarità post Sanremo e consolidata dall’Eurovision, Corsi ha fatto un passo indietro: la solitudine resta una necessità creativa. «L’ultimo anno è stato pieno di cose e di persone, ma ho ancora bisogno di stare da solo e trasformare quello spazio in musica». Le apparizioni tv sono sporadiche: «Se qualcuno nel frattempo si dimenticherà di me, pazienza. Non si può fare una cosa solo per farsi vedere». Vale anche per un eventuale ritorno sul palco dell’Ariston. «Andarci senza un’idea chiara sarebbe sbagliato». L’immagine di Sant’Elena, l’isola dell’esilio di Napoleone è perfetta. «Prima o poi verremo dimenticati tutti. Ci sono momenti in cui le cose vanno bene e altri in cui vanno meno bene. Fa parte della vita. Quello che conta per me è fare dischi di cui essere soddisfatto».
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Le radici restano un punto fermo. La campagna maremmana da cui tutto nasce e a cui tutto ritorna. «Mi manca quando sto troppo in città. Mi piace il silenzio, la solitudine. Mi piace il fatto che quando arriva il buio, lì sia davvero buio». Il volto truccato di bianco continua a essere parte del racconto? «Mi sento ancora a mio agio così. Magari un giorno smetterò, ma per ora mi aiuta a immedesimarmi in qualcosa di diverso. Ha anche una funzione protettiva». Nei testi delle canzoni di Lucio la fantasia non è fuga dalla realtà, piuttosto un modo diverso di osservarla. «Essere abituati a immaginare significa avere meno paura dei mostri. Non li elimini, ma crei un rapporto con loro. Bisogna difendersi anche con l’arma della fantasia». Parlando dei più giovani, il suo sguardo si illumina. «Le proteste pacifiche sono importanti e mi danno speranza. Il futuro e il presente appartengono a loro». A fine anno arriverà il banco di prova dei palasport. «Facciamo le prove aperte nei bar, portandoci dietro fiati, cori e strumenti. Arrivare sui grandi palchi già rodati è importante. Ma è una questione di rispetto: la musica dal vivo in Italia nasce ancora lì, nei locali piccoli».
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