Immaginiamo una famiglia che attraversi un periodo difficile. A comportamenti miopi che nel tempo l’hanno condotta ad accumulare un debito elevato, si sovrappongono eventi negativi indipendenti dalla sua volontà: un cambiamento tecnologico che riduce il reddito da lavoro, un’inflazione imprevista che ne erode il potere d’acquisto, una guerra – più o meno vicina – che fa impennare il prezzo dell’energia e, a cascata, di molti altri beni.
Come reagirebbe la maggior parte delle famiglie che conosciamo? Ricorrerebbe a nuovi prestiti, aumentando ulteriormente il debito e accettando di dover in futuro risparmiare di più per fare fronte interessi e rimborsi, senza poter contare con certezza su maggiori risorse?
Oppure attingerebbe ai risparmi accumulati per obiettivi futuri – l’istruzione dei figli, la sostituzione di un’auto o di un elettrodomestico, l’accumulo di un capitale da unire al mutuo per l’acquisto della casa – pur di preservare i consumi correnti? O ancora, più realisticamente e in assenza di “tesoretti”, cercherebbe di riorganizzare la spesa stabilendo priorità e rinviando o cancellando le spese meno necessarie?
La reazione dei governi
Senza sostenere che la gestione del bilancio pubblico debba ricalcare quella del “buon padre di famiglia” di einaudiana memoria, è difficile non osservare come la prima reazione di molti governi di fronte a crisi che riguardano non già una singola famiglia ma l’intero Paese sia il ricorso all’indebitamento. Accade anche oggi, con una crisi energetica la cui durata resta incerta ma i cui effetti sono già tangibili, tra rincari diffusi e il rischio – evocato anche a livello europeo – di razionamenti.
È il caso del governo italiano (peraltro non il solo) che, non avendo “tesoretti” a cui attingere ma aborrendo le imposte, invoca “flessibilità”: più spazio per il disavanzo attraverso il congelamento del nuovo Patto di Stabilità o deroghe mirate – ad esempio per la spesa militare – da escludere dai vincoli europei. È una richiesta ricorrente, che riapre una domanda mai davvero risolta: è giusto? È sbagliato?
Esistono alternative credibili per evitare “strette” in occasione di grandi shock quando si è già fortemente indebitati? Il dibattito, tra gli stessi economisti, resta aperto. Così tra i politici fioriscono reciproche accuse e impliciti avvertimenti agli elettori: da una parte, gli “austeri” che propongono qualche sacrificio; dall’altra, i “populisti” (spesso fintamente vicini al popolo) che invocano libertà di spesa e cercano di spaventare gli elettori con la minaccia di un possibile “ritorno dei tecnici”.
Pro e contro dell’indebitamento
L’argomento a favore dell’indebitamento è però abbastanza noto: in presenza di eventi avversi non previsti, il debito consente di attenuare l’impatto immediato su famiglie e imprese, così che possano continuare a consumare e a produrre, distribuendo nel tempo il costo degli interventi. È una logica comprensibile, ma non neutrale.
Ogni euro speso oggi in deficit implica, per definizione, maggiori imposte o minori spese domani. Il punto, dunque, non è se indebitarsi sia lecito – entro limiti ragionevoli, lo è – ma a quali condizioni e con quale assunzione di responsabilità verso le generazioni future. Ed è qui che emerge una distinzione cruciale, troppo spesso trascurata nel dibattito pubblico.
Indebitarsi per sostenere i consumi a fronte di una perdita temporanea di reddito, è cosa diversa dall’indebitarsi per finanziare investimenti che accrescono la capacità produttiva del Paese. Nel primo caso, il debito ha funzione “difensiva”, serve a mantenere invariato il tenore di vita nel breve periodo ma non genera nuova ricchezza.
Nel secondo, ha funzione propulsiva: crea le condizioni per una crescita futura che rende sostenibile il debito stesso. Il nostro Paese è abituato al debito che però è servito più per creare o ripristinare benessere corrente che non per investire, se è vero, come lo è, che la nostra crescita risulta, da circa un quarto di secolo, inferiore alla media europea e il nostro debito sempre superiore.
Il debito in Italia
Un debito, dunque, che non ci ha aiutati a crescere ma ci ha indeboliti strutturalmente. C’è di più. Indennizzare chi sopporta i costi di una crisi può essere opportuno; farlo in modo generalizzato e senza giustificabili priorità è contrario a principi di equità.
In assenza di criteri selettivi, la spesa si espande e finisce per avvantaggiare anche chi non ne avrebbe reale bisogno (com’è per la riduzione delle accise sulla benzina). Ne derivano due effetti distorsivi: si indebolisce l’equità tra cittadini, trattando allo stesso modo situazioni diverse, e si compromette quella tra generazioni.

Per un Paese ad alto debito e produttività stagnante come l’Italia invocare deroghe alle regole europee è inoltre rischioso perché i mercati finanziari, oggi benevoli, possono voltarci le spalle in un batter d’occhio, se la richiesta, pur motivata da obiettivi in sé buoni come la sicurezza, è interpretata come alibi per rinviare scelte impopolari.
Un aspetto tanto più rilevante per un Paese segnato da dinamiche demografiche sfavorevoli, con una rilevante perdita di forza lavoro e un consistente aumento della popolazione anziana. In questo contesto, è difficile stupirsi dei molti giovani italiani che emigrano all’estero.
Serve guardare al futuro
Perché il nuovo debito sia giustificabile deve finanziare soprattutto investimenti capaci di accrescere il potenziale di crescita: capitale umano, ricerca, innovazione, infrastrutture efficienti, pubblica amministrazione efficiente, concorrenza, lungimiranza e coerenza nelle riforme. Tutte qualità che non abbondano nel governo Meloni ma, ahimè, neppure nell’opposizione.
Così spetta ai cittadini avere consapevolezza che il debito non rappresenta la soluzione di ogni nostro problema e rifiutare proposte politiche illusorie in favore di un disegno rigoroso che, guardando alle generazioni giovani e future, possa assicurare a tutti un futuro migliore. Una scelta economica che ha anche un forte contenuto di equità.
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